Un grande giornalista è quello che non si piega alla narrazione di regime, che sa andare controcorrente, che prim’ancora che dare risposte sa porre le domande giuste. Un grande giornalista è quello che non fa sconti al governante di turno, che prende le difese dei più indifesi, che dà voce a quelli che la voce è stata zittita a forza. Grandi giornalisti come Gideon Levy.
Levy, firma storica di Haaretz, sa bene e lo scrive quasi quotidianamente, che il male d’Israele non è riducibile al primo ministro più longevo nella storia dello Stato ebraico: Benjamin “Bibi” Netanyahu. Il bibiismo” va oltre il suo inventore, è una visione d’Israele che ha plasmato la psicologia di una nazione; è un modo di viversi metapolitico, e come tale destinato a sopravvivere ai destini di “King Bibi”.
Questo anche per totale assenza di alternative vere, credibili, autorevoli, coraggiose. L’abbiamo scritto più e più volte: la forza della destra fascista e messianica d’Israele sta anche nella disfatta di una sinistra che da tempo ha rinnegato se stessa, di un centro che si candida a proseguire le sciagurate politiche di Netanyahu al suo posto. Il bibiismo dal volto umano (sic). Di questo scrive Levy sul quotidiano progressista di Tel Aviv, in un articolo dal titolo: “I politici israeliani che puntano a estromettere Netanyahu devono prima rispondere ad alcune domande”
Scrive Levy: “Il giorno dopo Benjamin Netanyahu, milioni di israeliani scenderanno in strada con il cuore colmo di gioia; proveranno un grande sollievo e avranno persino la sensazione di essere stati salvati. Anche il mondo sarà felice quel giorno, sebbene in misura minore. All’estero si è già capito che Netanyahu non è l’unico problema di Israele.
Quel giorno è alle porte. In Israele salirà al potere un nuovo governo, ma, sorprendentemente, nessuno sa dove stia andando, cosa voglia e cosa abbia in programma, se non quella di sostituire Netanyahu.
Non che questo non sia un obiettivo nobile, ma cosa succederà il giorno dopo? I postumi di una sbornia e poi il vuoto. Come si può incarnare una promessa così grande, e in un momento di tale necessità, senza dire una parola su ciò che si sta offrendo, se non negando tutto ciò che Netanyahu e i suoi collaboratori hanno fatto? Come si può aspirare a essere un’alternativa senza tracciare una rotta che non sia solo un insieme di vuoti cliché su unità, sionismo, sicurezza e prosperità?
Il prossimo primo ministro – ovviamente Gadi Eisenkot – dovrà affrontare montagne di macerie, e non abbiamo la più pallida idea di come intenda districarsene. L’integrità, l’umiltà e la semplicità sono caratteristiche meravigliose, ma non bastano. Più denigrano la distruzione causata da Netanyahu, più i sostenitori di chi lo sostituirà si accontentano di vaghe promesse: «L’importante è sbarazzarsi di lui», oppure «Sbarazziamoci di lui e poi vedremo».
Non è solo che ci sia una lista di questioni importanti lasciate in sospeso – nessuno le sta nemmeno sollevando. Eisenkot, Naftali Bennett, Yair Lapid e persino Yair Golan: Israele, sotto il vostro governo, rimarrà a Gaza? Fino a quando e a quale scopo? Israele si ritirerà completamente o rimarrà entro i confini della nuova occupazione? Rimarrete nel Libano meridionale? Per quanto tempo e perché? Vi opponete al memorandum d’intesa con l’Iran? Credete che le Forze di difesa israeliano abbiano commesso crimini di guerra a Gaza, sì o no? Chiederete scusa a Gaza? Parlerete con Hamas, l’unica autorità sovrana nella Striscia di Gaza oltre alle Idf?
I numerosi israeliani che voteranno per lei e i cui cuori gioiranno per la sua vittoria meritano di sapere cosa farà con i quas 150 nuovi avamposti e con il milione di dunam (250.000 acri) che Israele ha conquistato con la forza. Il loro smantellamento può essere realizzato nel giro di poche settimane, se lo desidera. Una dichiarazione d’intenti è essenziale già in questa fase. Cosa farai con le migliaia di autori di pogrom in Cisgiordania, e sì, sono davvero molte migliaia. I loro pogrom potrebbero cessare in un periodo relativamente breve, se lo decidessi. Si tratta di un gruppo di codardi che si dimostrano coraggiosi solo quando si trovano di fronte ai deboli.
Meritiamo di sapere come tratterete i palestinesi. Vi prenderete la briga di incontrarli? Lascerete in vigore tutti i divieti draconiani e crudeli che sono stati loro imposti l’8 ottobre 2023? Si apriranno le porte del centro di detenzione? Permetterete ai palestinesi di tornare a lavorare in Israele? Rilascerete le migliaia di palestinesi incarcerati che non sono stati processati? Migliorerete le loro condizioni nei campi di tortura? Abrogherete la pena di morte? Nemmeno su questo oserete dare una risposta: Avigdor Lieberman, il vostro partner di maggioranza, vuole vedere le forche.
Torniamo a ciò che dovrebbe essere ovvio: l’occupazione sta definendo Israele, il suo regime e il rapporto del mondo con Israele. La democrazia non è morta a causa della riforma giudiziaria o della legislazione; semplicemente non esisteva in uno Stato in cui quasi la metà dei suoi sudditi non ha diritti. Se non rispondete a queste domande, non sapremo se Israele è stato salvato. Forse potreste semplicemente dire che rilascerete Marwan Barghouti, una mossa che potrebbe avere un impatto simile a quello di Nelson Mandela? O, come minimo, il dottor Hussam Abu Safiya?
Queste sono domande che devono essere sollevate prima delle elezioni, con risposte che vanno pretese ora, non più tardi, ma in Israele non c’è nessuno a cui porle e nessuno che risponda. La questione importante è sbarazzarsi di Netanyahu? No, non lo è.”, conclude Gideon Levy. Da incorniciare.
Anche perché chi, dentro e fuori Israele, continua a credere, o a illudersi, o peggio ancora a millantare che esiste un Likud sano, altro da Netanyahu, farebbe bene a leggere con grande attenzione lo scritto, sempre su Haaretz, a firma Yoana Gonen, dal titolo: “La farsa è finita: il Likud non può più nascondere ciò che è diventato”.
Argomenta Gonen: “In vista delle primarie del Likud e delle successive elezioni generali, l’emittente televisiva Channel 14 sta svolgendo il suo ruolo di rifugio per i politici di destra: un comodo divano, un pubblico comprensivo e domande morbide come un soffice accappatoio bianco.
Apparentemente, questo è il luogo perfetto per esporre argomenti di discussione preparati con cura. Ma in pratica, i membri della coalizione di governo si sentono così al sicuro lì che si concedono imbarazzanti lapsus che finiscono per diventare gli unici titoli dei giornali tratti dall’intervista.
È quello che è successo al primo ministro Benjamin Netanyahu, che è apparso nel talk show “The Patriots” per raccogliere applausi e se n’è andato con una battuta sul perdere un po’ di peso dopo il massacro del 7 ottobre.
Ed è quello che è successo alla ministra per l’Uguaglianza Sociale May Golan, che è apparsa nel programma “Sicha” per parlare della sua scioccante persecuzione da parte della “setta oscura” della sinistra e invece ha rivelato una verità imbarazzante sul Likud di Netanyahu.
«Diciamo la verità», ha detto Golan. E poi l’ha fatto: «Non ci sono molte differenze ideologiche tra Otzma Yehudit e il Likud», ha spiegato, riferendosi al partito guidato dal ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir. «Sottolineiamo questo punto. Non so cosa vi stiano raccontando, ok? Ma davvero non ci sono molte differenze».
Non ha rivelato un segreto oscuro e profondo. Ha semplicemente detto ad alta voce ciò che la destra moderata ha cercato di nascondere: attualmente non c’è alcuna differenza reale tra Otzma Yehudit e il Likud. Il kahanismo non è un ospite indesiderato nella coalizione di governo che il Likud non ha altra scelta se non quella di tollerare. È perfettamente a suo agio – una parte inscindibile dell’ideologia, dello stile e dell’immaginario dell’odierno Likud. In un’intervista piena di bugie e assurdità, questa osservazione estemporanea ha offerto un raro momento di chiarezza.
La fantasia sostenuta dal politico dell’opposizione Benny Gantz e dai suoi simili riguardo a «un governo di unità senza estremisti» si basa su una comoda menzogna: che il problema siano Ben-Gvir e il presidente del Sionismo Religioso Bezalel Smotrich, non il fatto che il centro abbia da tempo iniziato a parlare la loro stessa lingua. È come se da qualche parte, sotto tutti gli strati di supremazia ebraica e di inviti al genocidio, si nascondesse un Likud da statista, in attesa che i tempi siano maturi.
Ma Golan ci ha ricordato che non esistono due Likud, uno adatto a una coalizione con i kahanisti e uno adatto a un governo di unità nazionale. C’è un solo Likud ed è estremista, kahanista e marcio fino al midollo. Complimenti, May Golan. In modo del tutto casuale, ha finito per fornire prove incriminanti contro il proprio partito.
«L’ultimo governo Netanyahu è il primo governo Ben-Gvir», ha detto un anno fa Gilad Kariv del Partito Laburista. Questo non è successo dall’oggi al domani.
Per anni, Netanyahu ha eliminato chiunque minacciasse la sua posizione, ha premiato la fedeltà cieca e ha promosso opinioni populiste e complottistiche che lo avvantaggiavano politicamente. Il risultato è un partito in cui gli appelli a bruciare e affamare i palestinesi, il sostegno al terrorismo ebraico e le fantasie sul trasferimento di popolazione non sono più imbarazzanti eccezioni, ma una norma ben accetta. Un tempo, il rabbino Meir Kahane era un paria detestato. Nell’odierno Likud, sarebbe candidato per un posto riservato nella lista elettorale del partito.
Il paragone fatto da Golan tra il Likud e Otzma Yehudit è stato ciò che ha fatto scalpore. Ma nella stessa intervista, ha anche descritto un altro cambiamento nel suo partito: la criminalità è diventata un ethos politico.
«Qui la gente si è abituata a personaggi di ogni tipo come Limor Livnat e Dan Meridor: bastava una misera notizia e il gioco era fatto, erano finiti», ha detto, riferendosi a due ex politici di spicco del Likud e alla lunga lista di reati di corruzione di cui lei stessa è sospettata. «La nuova destra è una destra con la spina dorsale». Con «spina dorsale» intendeva la capacità di opprimere e calpestare l’opinione pubblica mantenendo una postura eretta.
Sia la “kahanizzazione” che la torsione criminale del Likud si basano sullo stesso meccanismo: l’abbandono del senso di vergogna. Ciò che un tempo era considerato inaccettabile – posizioni kahaniste, attacchi allo Stato di diritto, presunti reati – è ora diventato motivo di orgoglio.
Il partito al governo non solo ha virato bruscamente a destra; si è spostato al di fuori: al di fuori della democrazia, al di fuori della legge, al di fuori dei limiti di ciò che è permesso e di ciò che è proibito.
May Golan si è limitata a descrivere questo processo in modo esplicito. A quanto pare ha dimenticato la prima regola degli interrogatori: non fornire mai informazioni di propria iniziativa e assicurarsi sempre di lasciare al capo un margine per smentire”, conclude Gonen.
Il Likud di Netanyahu non è in nulla quello che era stato il partito di Begin, Shamir, Sharon, Olmert, cioè un partito di destra ma mai costretto a immagine e somiglianza del leader trasformatosi in monarca assoluta, dal quale e solo da lui dipende la vita o la morte politica del suddito. Il Likud di Benjamin Netanyahu è questa cosa qui: un feudo dove vige una sola legge: la fedeltà assoluta al capo dei capi. Un modello mafioso più che politico.
Di questa cupola, “Bibi” è il capo assoluto. Che sceglie chi promuovere e chi rimuovere, che pretende una devozione al limite del fanatismo, che obbliga i “favoriti” a realizzare senza discutere i desiderata del Capo, anche se questo vuol dire sterminare i palestinesi, occupare il sud del Libano, portare avanti la guerra totale con l’Iran. Se sei funzionale a questo, il “Re” di fa partecipe della sua corte. Altrimenti, avanti il prossimo, c’è un posto libero.
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