Annienteremo Hamas. Liquideremo Hezbollah. Piegheremo i perfidi ayatollah iraniani che preparano una Shoah nucleare. Sono le promesse che hanno costellato gli ultimi quattro anni del peggiore governo nella storia d’Israele. Un governo zeppo di fascisti, sodali dei coloni pogromisti, per i quali la guerra è una missione divina da portare a termine.
Con ogni mezzo. Una visione apocalittica che la destra di Netanyahu, Smotrich e Ben-Gvir, ha tradotto in pratica. Una pratica sanguinaria. A Gaza, in Cisgiordania, in Libano e nella guerra all’Iran. Una pratica che sta sempre più plasmando la “psicologia di una nazione”. La guerra come normalità, come essenza di vita. Di ciò scrivono su Haaretz due tra le firme più autorevoli del quotidiano progressista di Tel Aviv: Zvi Bar’el e Odeh Bisharat.
Bar’el firma una puntuta analisi dal titolo: La “vittoria totale” di Israele significa una guerra senza fine
Argomenta Bar’el: Una rapida rassegna delle guerre combattute da Israele su cinque fronti riporta alla mente ricordi dolorosi dei numerosi obiettivi che erano stati scolpiti nella pietra, ma che sono svaniti come bolle di sapone. Cosa resta degli obiettivi fissati per l’“Operazione Spade di Ferro”?
La distruzione delle capacità militari di Hamas rimane incompleta: le Forze di Difesa Israeliane continuano a bombardare la Striscia di Gaza, uccidendo donne e bambini per colpire “alti funzionari di Hamas”. L’attuazione del «piano di pace» del presidente statunitense Donald Trump è in stallo fintanto che Hamas rifiuta di disarmarsi. L’eliminazione del dominio di Hamas a Gaza, un altro obiettivo bellico, è una prospettiva lontana: l’organizzazione governa oltre due milioni di abitanti di Gaza stipati nel 30 per cento del territorio dell’enclave. E il trasferimento del potere al Consiglio di Pace è subordinato al disarmo di Hamas.
L’unico risultato raggiunto, il ritorno di tutti gli ostaggi, era un obiettivo di scarso interesse per il governo fino a quando non è stato costretto ad agire sotto la pressione dell’opinione pubblica. È stato in realtà il risultato ottenuto dai presidenti statunitensi Joe Biden e Donald Trump.
Il ritorno in sicurezza delle persone del nord di Israele alle loro case? Non è ancora il momento di festeggiare nulla. A circa tre anni dalla loro fuga forzata, la maggior parte di loro non è ancora tornata. Coloro che sono rimasti o hanno scelto di tornare si sono ritrovati in una situazione non dissimile da quella dei rifugiati siriani che sono tornati in patria.
I risultati delle operazioni “Rising Lion” e “Lion’s Roar” contro l’Iran sono visibili sul sito web del portavoce delle Idf, che riporta il numero di missili, basi e siti missilistici distrutti e, naturalmente, i leader iraniani uccisi. Ma la minaccia nucleare iraniana permane, i missili dell’Iran hanno trasformato gli Stati del Golfo in ostaggi e al posto della vecchia leadership ne è subentrata una nuova, più radicale e determinata, che ha creato un collo di bottiglia a livello mondiale chiudendo lo Stretto di Hormuz. La visione di rovesciare il regime in Iran ha trasformato Israele, nella migliore delle ipotesi, in uno zimbello, un Paese percepito come responsabile della crisi regionale più grave degli ultimi decenni.
Di fronte a tutti questi clamorosi fallimenti, Israele ha una sola risposta: la «vietnamizzazione», il consolidamento e il rafforzamento dei nuovi territori occupati, che sono diventati la vittoria.
Israele ha preso il controllo di circa 600 chilometri quadrati in Libano e di altri 235 chilometri quadrati in Siria dalla caduta del regime di Bashar Assad. Occupa circa il 70 per cento della Striscia di Gaza e l’intera Cisgiordania è di fatto territorio occupato. Questo sistema ha allungato i confini del Paese e ha ampliato e aggravato le aree di attrito e conflitto con una popolazione ostile, le organizzazioni internazionali e gli eserciti stranieri. Crea solo l’illusione che la sicurezza sia a portata di mano.
La verità è che ciò non è né il risultato di una dottrina militare né di un’operazione temporanea volta a scongiurare una minaccia immediata o a costituire un passo verso una soluzione diplomatica.
Quando il primo ministro Benjamin Netanyahu parla di rimanere in Libano o a Gaza «per tutto il tempo necessario» e il ministro della Difesa Israel Katz «ordina» la costruzione di una base in Libano «come se dovessimo restare lì per 50 anni», stanno formulando un’ideologia che riduce Israele a un centro logistico il cui scopo è rifornire i soldati e mantenere per sempre i territori occupati. Ciò, a sua volta, è strettamente connesso a un altro principio, secondo cui la distruzione delle fondamenta della democrazia e l’eliminazione dell’orizzonte politico, economico e culturale dei suoi cittadini sono solo danni collaterali. Dopotutto, lo Stato è la somma dei suoi territori, non la somma dei suoi cittadini.
Come il calendario che i soldati usavano per contare i giorni che mancavano al congedo dall’esercito, gli israeliani segnano una grande X sul calendario per ogni giorno che passa e che ci avvicina alla redenzione elettorale. La rivoluzione è in arrivo, ci promettono i sondaggi. Ma mentre deridiamo la follia e il pathos del ministro della Difesa e digrigniamo i denti di fronte alla malvagità e alla viltà del primo ministro, l’ideologia che essi hanno impiantato in Israele è troppo potente perché persino i loro rivali politici possano sradicarla.
Se l’opposizione vincesse, potrebbe abrogare le parti peggiori della riforma giudiziaria, ripristinare i poteri del procuratore generale e forse persino arruolare gli ebrei ultraortodossi o almeno incarcerare coloro che si sottraggono al servizio militare. Ma che meraviglioso silenzio producono quando viene loro chiesto di un piano politico per porre fine al conflitto israelo-palestinese, di una soluzione per Gaza o il Libano e di un ritorno del Paese ai propri confini”, conclude Bar’el.
Che tocca un nervo scoperto, più che dolente: il silenzio dell’opposizione, nelle sue variegate articolazioni politiche, su Gaza, il Libano, la soluzione a due Stati del conflitto israelo-palestinese. Silenzi assordanti.
Dietro ai quali si cela una verità più profonda, amara, “esistenziale”, che va bel oltre la sfera della politica.
Così, il 15 aprile, scriveva, sempre su Haaretz, Odeh Bisharat. Il suo è un pezzo illuminante, proprio perché “illumina” la percezione che di sé ha un Paese, la sua opinione pubblica. Il titolo dell’analisi di Bisharat condensa perfettamente un sentire se non comune di certo altamente maggioritario nella società israeliana.
“Israele non sa come vivere senza guerra, e forse non vuole nemmeno farlo”
Così Bisharat argomenta il titolo: “Con l’assurdità che mi circonda da ogni parte, mi viene in mente una vignetta apparsa decenni fa su una rivista egiziana. Un conduttore televisivo si rivolge ai telespettatori e dice: «Ci scusiamo per il programma che abbiamo trasmesso. Torneremo presto al malfunzionamento».
Ci ho pensato quando, subito dopo l’annuncio di un cessate il fuoco tra gli Stati Uniti e l’Iran, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato che l’accordo non si applica al fronte settentrionale di Israele. Ho tirato un sospiro di sollievo: Israele stava tornando alla sua consueta routine di fuoco, sangue e distruzione.
Ma questa gioia è durata poco. Dopo un’ondata di distruzione e uccisioni che ha trasformato il Libano in un vero e proprio inferno – centinaia di morti e feriti tra montagne di macerie – il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha costretto Netanyahu a placare gli animi e ad avviare negoziati con il governo libanese.
Ora, con le notizie secondo cui i colloqui tra gli Stati Uniti e l’Iran si stanno deteriorando, il colore è tornato sulle guance di Israele. Dopo oltre un mese di bombardamenti che, come afferma con orgoglio Netanyahu, hanno fatto regredire l’Iran di anni, l’aviazione continuerà il suo “benedetto” sforzo per riportare il Paese all’era dei Neanderthal.
Ma c’è un dilemma: sono rimasti ancora obiettivi da bombardare, dato che ne sono già stati colpiti migliaia? La domanda, quindi, è dove Israele troverà altri obiettivi per saziare la sua sete di militarismo.
Si possono comprendere sia la coalizione di governo che i blocchi dell’opposizione sionista. Come potrebbero vivere senza guerra – senza «il lungo braccio dell’aviazione», senza fiumi di sangue, senza la morte che si aggira per le strade e si aggira tra la gente e, soprattutto, senza il brivido di un’altra «vittoria totale»?
Tuttavia, i potenti locali dovrebbero prestare attenzione. La vittoria totale crea un problema logistico; implica la fine delle guerre, il che mal si concilia con la parola magica «totale». La scelta, quindi, è tra la vittoria totale e una serie infinita di guerre. Potrebbe quindi essere necessaria un’altra espressione: «vittoria relativamente totale». In altre parole, una vittoria totale che si rinnova ogni giorno.
Ad essere onesti, mi chiedo perché la gente si lamenti di Trump e Netanyahu come se avessero fallito in Iran. Tutto è andato esattamente secondo i piani. Assassinio di massa di leader militari e politici, attacchi massicci alle basi, bombardamento di siti energetici e ponti e mobilitazione di massa di agenti per incoraggiare l’opinione pubblica iraniana a ribellarsi contro la propria leadership.
Ma hanno trascurato un dettaglio: come convincere i propri avversari in Iran che, di fatto, sono stati sconfitti e devono annunciare la resa.
A quanto pare, l’arma dell’uomo debole è la parola «no». Cosa si può fare con qualcuno che, dopo aver subito tali colpi, si rifiuta di arrendersi? Lo si supplica di alzare la bandiera bianca?
Gli iraniani non sono un «popolo eletto», come gli ebrei. Ma arrendersi a un popolo eletto porterebbe presumibilmente a richieste ancora maggiori da parte dei vincitori, come sta accadendo in Cisgiordania, a Gaza e sulle Alture del Golan, e come sta accadendo ora in Libano.
Chissà, forse i padroni locali hanno già elaborato piani per l’Iran dopo il crollo del regime. Un piano che insedierebbe Pahlavi Jr. come capo di Stato, affiancato da un’amministrazione civile guidata da un alto funzionario israeliano.
Ora, ancora prima di qualsiasi annuncio della resa totale del governo libanese – che sembra precipitarsi tra le braccia di Netanyahu – Israele ha già il controllo di diverse posizioni in Libano.
Già prima dell’attuale guerra, e all’ombra di un cessate il fuoco, Israele ha assassinato centinaia di libanesi nelle sue gloriose cacce descritte come operazioni di successo. E ora, alti funzionari israeliani cercano di occupare il Libano meridionale, mentre i coloni stanno già facendo i bagagli, persino sotto il fuoco nemico, desiderosi di insediarsi ed espandere il «quartiere dei patriarchi».
Così Bisharat, La politica s’intreccia con la geopolitica; le strategie militari con la psicologia di massa. E il tutto rimanda alla questione delle questioni: cosa è oggi Israele? Cosa è rimasto della lezione di Yitzhak Rabin e, andando ancora più indietro nel tempo, di quel sionismo permeato di venature socialiste, quando al modello economico e non solo, che fu dei padri fondatori dello Stato d’Israele, come David Ben Gurion e altri, o di politici “sognatori” – sogni rimasti tali – come Shimon Peres.
Le elezioni del 27 ottobre diranno se Benjamin Netanyahu, il primo ministro, criminale di guerra, più longevo nella storia d’Israele, chiuderà la sua lunga, e funesta, vita politica con una sconfitta o se riuscirà a mantenersi ancora una volta al potere.
Resta comunque il fatto che nel corso di questi ultimi vent’anni, quelli dell’era di “King Bibi”, Israele ha cambiato identità, ha accentuato una visione, che ha sempre innervato l’ideologia del revisionismo sionista religioso, di uno “Yad Vashem nucleare” (copyright Thomas Friedman, tre Pulitzer, firma assoluta del New York Times). Un Israele circondato da nemici che ne minacciano l’esistenza e di un mondo dei Gentili che, al momento dell’Armageddon, non farà nulla per difendere l’esistenza d’Israele e del popolo ebraico.
Una psicologia di massa che si nutre di paura e di messianesimo. Una psicologia che si è fatta politica. E ora anche Stato. Uno Stato di guerra.
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