Netanyahu respinge il piano di pace per Gaza e l’opposizione israeliana dice “Amen”

Può definirsi tale una opposizione che non si oppone alla mattanza di Gaza e incassa come se nulla fosse anche il rigetto da parte di Netanyahu del Piano per Gaza di Donald Trumm?

Netanyahu respinge il piano di pace per Gaza e l’opposizione israeliana dice “Amen”
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

11 Agosto 2026 - 18.15


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Può definirsi tale una opposizione che non si oppone alla mattanza di Gaza e incassa come se nulla fosse anche il rigetto da parte di Netanyahu del Piano per Gaza di Donald Trumm? È una domanda più che pertinente, alla quale Haaretz offre una risposta molto netta e sconsolante in un editoriale dal titolo: Netanyahu respinge il piano di pace per Gaza e l’opposizione israeliana dice “Amen”

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Argomenta l’editoriale: “Fate finta di essere sorpresi: questa settimana il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato che Israele respinge il piano in 15 punti noto come “road map” per il futuro della Striscia di Gaza e che l’esercito non si ritirerà da Gaza finché Hamas non sarà “autenticamente disarmato” sia delle armi pesanti che di quelle leggere.

E per chiunque osi ancora ricordare (o, Dio non voglia, ricordargli) il discorso tenuto da Netanyahu nel 2009 all’Università Bar-Ilan, in cui sosteneva l’idea di uno Stato palestinese smilitarizzato, egli ha tenuto a precisare che finché sarà primo ministro non sorgerà alcuno Stato palestinese, «né a Gaza né in Giudea e Samaria». Nessuno dovrebbe dimenticare nemmeno per un istante che Netanyahu non sta pensando al futuro del Paese o della regione, né tantomeno alle relazioni con gli Stati Uniti. Con le elezioni alle porte, Netanyahu si rivolge innanzitutto alla sua base elettorale. Cerca di placarla e di convincerla che, per quanto riguarda i palestinesi, nessuno è più di destra di lui. Sta anche cercando di placare i suoi partner nella coalizione di governo, dopo che i ministri Itamar Ben-Gvir, Bezalel Smotrich e Orit Strock hanno protestato contro il piano rivolgendosi direttamente a lui.

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Purtroppo, la risposta dell’opposizione, come spesso accade su questioni del genere, è stata un silenzio assordante. Le posizioni di Netanyahu e dei suoi alleati sono ben note; quindi, la sua opposizione al piano era prevedibile. Il problema è che i partiti che aspirano a sostituirlo non stanno offrendo una risposta chiara alla domanda su cosa farebbero di diverso sia a Gaza che in Cisgiordania.  

Criticano la conduzione della guerra, attaccano le decisioni del governo e mettono in guardia sul prezzo che queste decisioni stanno comportando all’estero. Ma di fronte al rifiuto da parte di Netanyahu del piano del Board of peace, nessuno dei loro leader ha proferito parola.

L’opposizione non osa trattare Gaza come qualcosa di diverso da una questione militare. Anche se il disarmo di Hamas è un obiettivo legittimo in termini di sicurezza, è chiaro che non si tratta di un programma diplomatico. Chi governerà Gaza al suo posto? Chi la ricostruirà? Chi garantirà la sicurezza dei suoi abitanti? Che tipo di legame avrà con la Cisgiordania? Né viene offerto un programma diplomatico alternativo per la Cisgiordania. Gli insediamenti stanno rafforzando la loro morsa, mentre i coloni stanno creando sempre più fatti compiuti sul campo – lunedì hanno persino attaccato i giornalisti di Haaretz – e sabotando ogni possibilità di accordo. Nonostante ciò, la questione palestinese non esiste nel discorso diplomatico israeliano. In effetti, tutti coloro che vogliono sostituire Netanyahu si stanno allineando alla sua dottrina di rifiutare o ignorare la via diplomatica, anche se questo approccio ha trascinato Israele sull’orlo del baratro.

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Chiunque intenda sostituire Netanyahu non può accontentarsi di promettere di gestire meglio le stesse politiche. Le prossime elezioni saranno decisive; nessuno lo mette in dubbio. Ma non sarà solo il destino degli israeliani a esserne determinato.

Gli ultimi tre anni hanno dimostrato che il conflitto israelo-palestinese non è una questione che può essere messa in secondo piano”.

Più chiaro di così.

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Quando si fa riferimento ai leader dell’opposizione più accreditati dai sondaggi per rivestire il ruolo dell’anti-Netanyahu, Gadi Eisenkot è il primo di un non vasto elenco. Il punto è, per dirla con un titolo di Haaretz, che “Eisenkot continua a sfuggire a ciò che tutti sanno essere le sue convinzioni”.

Di cosa si tratti, lo spiega molto bene nel suo pezzo Joshua Leifer.

“Nell’ultimo decennio e mezzo – annota Leifer – i partiti israeliani nominalmente centristi hanno conteso il potere senza dichiarare quali fossero le loro reali convinzioni. È quindi sorprendente che il partito Yashar dell’ex Capo di Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane (Idf) Gadi Eisenkot abbia scelto di delineare i propri principi fondamentali sul nuovo sito web prima ancora che gli israeliani sappiano chi altro figuri nella lista del partito per la Knesset.

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E mentre molti dei principi e degli obiettivi di Yashar sono vaghi e costituiti dai tipici luoghi comuni – ad esempio, il terzo punto del programma, «unificare e sanare Israele» – altri non lo sono affatto.

Ad esempio, sotto il titolo «rafforzare la sicurezza nazionale di Israele», il partito espone una visione formulata con cautela e sicuramente vagliata da focus group, ma anche inequivocabile nelle sue implicazioni. «Formuleremo un nuovo paradigma di sicurezza, rafforzeremo l’esercito, fortificheremo i nostri confini e faremo di Israele una potenza regionale», recita la prima clausola, di carattere generico.

La seconda clausola, più pacifista, è quella in cui le cose si fanno interessanti: «Allo stesso tempo, perseguiremo la pace, garantiremo una maggioranza ebraica e rafforzeremo lo status di Israele nel mondo come esempio morale».

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Ciò che colpisce di più è il ritorno della parola «pace» nel programma di un partito israeliano di primo piano, dopo che era stata bandita dal discorso pubblico per oltre un decennio. E la formulazione che segue, ereditata dal centro-sinistra sionista rabiniano, è a tutti gli effetti, tranne che nel nome, un’adesione alla soluzione dei due Stati. C’è un solo modo per garantire una maggioranza ebraica in un Israele democratico, ed è un accordo negoziato che ponga fine al dominio militare di Israele su milioni di palestinesi in Cisgiordania e a Gaza.

Eppure, quando interpellati in occasione di conferenze, forum e interviste sulla loro visione, Eisenkot e i suoi portavoce hanno tergiversato, si sono mostrati a disagio o hanno smentito il significato di quanto scritto nel programma elettorale ora pubblicato sul sito web.

«Non ho mai detto “due Stati per due popoli”» è stata la frase ricorrente di Eisenkot negli ultimi tempi. Nei profili a lui dedicati, sia nel documentario della scorsa primavera trasmesso su «Uvda» di Channel 12 sia nell’articolo di David Remnich sul New Yorker, il team di Eisenkot ha sottolineato che la sua candidatura non verte sulla questione della pace e che, anche se eletto, non intraprenderà misure drastiche verso quella che lui preferisce definire «separazione» dai palestinesi.

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Tuttavia, ciò non ha impedito alla destra di attaccare Eisenkot proprio su questi punti. La campagna esplicitamente razzista del primo ministro Benjamin Netanyahu ha mirato a dipingere Eisenkot come un «amante degli arabi», che si getta felice tra le braccia di Mansour Abbas, leader della Lista Araba Unita, e dei Fratelli Musulmani.

Bezalel Smotrich, dal canto suo, avverte che un governo guidato da Eisenkot riporterebbe Israele al paradigma degli Accordi di Oslo e vanificherebbe gli sforzi tenaci dei coloni volti a rendere impossibile la creazione di uno Stato palestinese. In effetti, al centro degli attacchi della destra contro Eisenkot c’è l’idea che egli sia debole e di sinistra.

La saggezza convenzionale nella politica israeliana dell’era post-Oslo ha sempre sostenuto che, anche se si viene attaccati per essere una “colomba”, è meglio condurre la campagna elettorale come un “falco” per vincere e, se necessario, cambiare rotta una volta in carica – rinnegando il proprio programma come strada verso il potere. C’è una certa logica strategica in questo, soprattutto considerando che i dibattiti di politica estera nelle democrazie spesso favoriscono l’irredentismo e le posizioni intransigenti rispetto al pragmatismo e al compromesso.

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Eppure, col passare del tempo, la strategia del «bait-and-switch» sulle politiche controverse erode la fiducia – nei politici, nel sistema politico in senso più ampio e soprattutto nei candidati che, come Eisenkot, si presentano come alternativa a un populista di destra mendace e demagogico”.

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