E’ giusto, anzi indispensabile , che in queste ore le attenzioni di tutti siano concentrate sul ricordo delle vittime del genocidio di Srebrenica, perpetrato da Ratko Mladic e i suoi. Ne ho letti di ricordi e mi fa piacere che siano stati pubblicati con risalto. Io a Srebrenica non ci sono stato. Ho visto il laboratorio dove si lavora con il dna a identificare le vittime. Un lavoro penoso ed encomiabile, poi mi portarono da alcuni originari di Srebrenica. Cosa posso dire di quell’orrore? Poco.
Posso apprezzare il lavoro di chi si è impegnato a ricostruire identità distrutte dalla furia di Mladic. E poi? Poi penso che ci sono anche altri serbi, oppositori cocciuti di Milosevic a quel tempo e dei suoi epigoni o successori oggi. Credo che parlarne proprio oggi sia importante. Le esequie di Stato accordate a quest’uomo riconosciuto colpevole di quel genocidio perpetrato in una zona sotto la protezione del contigente olandese dell’UNPROFOR e assunta ufficialmente per scelta delle autorità di Belgrado, per loro è un altro trauma. Mi riferisco agli attivisti e ai giovani dell’opposizione filo-europea, democratica e libertaria di Belgrado. Il loro impegno contro Milosevic e l’attuale governo ha segnato anche inattesi successi negli anni trascorsi e non può essere trascurato. Non faccio nomi di leader e di partiti. Non seguo i fatti serbi da allora, ma so che ci sono. E sono coraggiosi, anche in queste ore!
Il mio infatti è un ricordo lontano, di quando li frequentai a Belgrado. Un’esperienza formativa e coinvolgente. Ero a Belgrado ai tempi delle guerre balcaniche e avevo appena vissuto un’esperienza di segno opposto. Non ero un grande frequentatore dei Balcani, o meglio dell’Europa sud-orientale, ero abbastanza nuovo alle sue dinamiche. Avevo cioè delle idee da estraneo e quindi schematiche, sempre sbagliate, ovviamente a cominciare dalle mie. Da Roma mi chiesero di tentare di arrivare a Sarajevo.
Ottenni con altri colleghi il visto serbo-bosniaco ma emesso da Belgrado. Questo non piacque alla figlia di Karadzic che reggeva un sedicente apparato governativo a Pale, vicino a Sarajevo, e ci fece arrestare per ingresso illegale. Ricordo covoni di fieno e poi un casolare, per l’occasione adibito a nostra prigione. Rapidamente fummo espulsi, con l’invito a tornare a Belgrado, ma a noi era stato chiesto di andare a Sarajevo, se ci fossimo riusciti. E proseguimmo, scendendo per il monte Igman, dal cui fianco i miliziani cetnici tenevano sotto assedio Sarajevo e i suoi abitanti. Trovata una piazzola ci fermammo per necessità di un collega, e mentre lui cercava di risolvere la sua urgenza senza troppi problemi, un miliziano mi avvicinò.
Mi fece segno di seguirlo, poi mi fece vedere un mortaio. Lo guardai, mi allontanai, improvvisamente sudato, tutto sudato, fino ai calzini. Sarajevo era lì sotto. Cosa voleva da me? Mi sono ricordato del racconto relativo a un poeta russo che per capodanno ritenne di andare a festeggiare l’anno nuovo sparando un colpo da quel monte su Sarajevo. Così avrebbe detto, in televisione. Sono stati momenti terribili. Non posso dire cosa mi volesse dire quel miliziano. Non so. So che sono corso in macchina, ci sono rimasto finché non siamo ripartiti con in testa l’obiettivo: arrivare a Sarajevo. Sul viale dei cecchini altri colleghi ci dissero di non procedere, i cecchini erano presenti e molto operativi. Meglio desistere. Avvisai Roma, mission impossible.
Un collega straniero ci indicò il quartiere serbo, lo chiamavano la loro Sarajevo. Non non era quello che ci interessava e abbiamo preso la strada che ci avrebbe riportato a Belgrado. La piazza andava presidiata, chi avrebbe coperto Sarajevo, arrivando da altre direttrici, aveva bisogno di qualche giorno. Il fantasma di quel miliziano mi avrebbe fatto compagnia per tutto quel tempo? Era un’idea a dir poco sgradevole, una presenza di cui mi volevo liberare. Il contatto con il movimento democratico di Belgrado ha cambiato il mio rapporto con la città e con quelle giornate. Ho vissuto giornate di vero coinvolgimento balcanico, che mi hanno spiegato molte cose: ricordo tutto di loro, anche i successi che ebbero nelle elezioni di qualche tempo dopo.
Ora immagino che l’orrore di queste esequie sia stato pensato anche per secondi fini: tra questi silenziare questi gruppi serbi portatori di tutt’altra visione, di un indirizzo opposto? Sono sicuro che questi gruppi avranno bisogno di sostegni, di non essere abbandonati. Nessuno può più dire di non capire la loro condizione.
Leggo oggi sul sito di Rainews queste righe su di loro: “I partecipanti al movimento di protesta studentesco hanno espresso posizioni in linea con le forze d’opposizione progressiste, condannando la figura di Mladic, con il suo lascito di genocidio, crimini di guerra e migliaia di vittime.
Sui social media e nelle piazze, gli attivisti si sono mobilitati attivamente per rimuovere striscioni e manifesti celebrativi dedicati all’ex generale (ad esempio a Novi Sad), attirandosi duri attacchi dai tabloid allineati, che hanno definito le loro dichiarazioni “mostruose e scandalose”, come fa Informer. In netto contrasto con i movimenti di protesta, organizzazioni di studenti serbi di orientamento nazionalista (tra cui molti studenti originari della Repubblica Srpska che studiano a Belgrado) hanno manifestato un aperto lutto”.
Ricordo benissimo quegli interlocutori, alcune loro case, col passare degli anni non so più dire quali fossero i loro nomi. Ma li considero degli amici che dovrei tornare a incontrare. Forse lo farò.