I furibondi attacchi contro i registi di NAZA scatenati dal primo ministro, criminale di guerra, israeliano e da suoi ministri fascisti, è una potente arma di distrazione di massa con cui Netanyahu e la sua gang cercano di oscurare le rivelazioni sulla responsabilità del primo ministro per il 7 ottobre, l’”11 Settembre” dello Stato ebraico. Nonostante le minacce ricevute e la campagna di odio scatenata dalla destra israeliana e dalla sua macchina del fango mediatica, Haaretz e i suoi giornalisti/e dalla schiena dritta e dalla coscienza pulita, non sono arretrati di un passo, ma al contrario hanno arricchito di nuove testimonianze l’inchiesta-bomba.
In questa direzione va il report di Jack Khoury, tra i giornalisti israeliani più addentro alle “segrete cose” palestinesi.
Sul quotidiano progressista di Tel Aviv, Khoury firma un articolo destinato a scatenare altre furibonde reazioni da parte di Netanyahu.
Un articolo dal titolo che è tutto un programma: Un ex funzionario di Fatah afferma che rivelerà il messaggio che il leader di Hamas gli aveva chiesto di trasmettere a Israele prima del 7 ottobre
Scrive Khoury: “L’ex alto funzionario di Fatah Sufian Abu Zaida ha dichiarato venerdì che presto renderà pubblico un messaggio che l’allora leader di Hamas Yahya Sinwar gli aveva chiesto di trasmettere a Israele, oltre ai dettagli dei contatti segreti che egli stesso aveva mediato tra Hamas e Israele prima dell’attacco del 7 ottobre 2023.
Abu Zaida, uomo di fiducia del politico palestinese in esilio Mohammed Dahlan, ha dichiarato in un’intervista all’emittente egiziana Al-Ghad TV che Sinwar lo aveva avvertito due volte nel settembre 2023 di stare preparando un’operazione di grande portata e gli aveva ordinato di trasmettere l’avvertimento ai funzionari israeliani.
I contatti, riportati per la prima volta da Haaretz la scorsa settimana, hanno coinvolto Ghazi Hamad, membro dell’ufficio politico di Hamas, e Abu Zaida, che è stato reclutato da Israele come intermediario nei colloqui e indicato con il nome in codice “Coal Eyes”.
Secondo Abu Zaida, le discussioni si sono concentrate su un potenziale accordo in base al quale Israele avrebbe rilasciato centinaia di prigionieri palestinesi in cambio del rilascio degli ostaggi israeliani ancora in vita e della restituzione delle salme degli ostaggi detenuti a Gaza. I colloqui hanno inoltre affrontato l’allentamento del blocco su Gaza, la possibilità per gli abitanti di Gaza di lavorare in Israele e la ricerca di soluzioni per le esigenze dell’enclave in materia di elettricità, acqua e altri bisogni umanitari.
Abu Zeida è nato nel campo profughi di Jabalya, nella Striscia di Gaza, nel 1960. In precedenza, ha ricoperto la carica di ministro per gli affari dei prigionieri dell’Autorità Palestinese e di viceministro degli affari civili. In tali ruoli, è stato coinvolto nei contatti con funzionari israeliani su questioni quali i prigionieri, i valichi di frontiera, i permessi e il coordinamento civile. Ex prigioniero, parla correntemente l’ebraico e possiede un dottorato in politica mediorientale.
Nel corso degli anni è stato un critico aperto del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas ed è da tempo legato al movimento riformista di Fatah guidato da Dahlan. Abu Zeida lavora come commentatore sugli affari palestinesi e israeliani e ha legami con funzionari politici e di sicurezza in Israele.
Il suo ruolo era quello di trasmettere messaggi tra le parti, in modo che non sembrasse che ci fosse un contatto diretto tra Hamas e Israele. In pratica, queste conversazioni erano praticamente dirette. Ghazi Hamad e Abu Zeida si recavano nella casa di Nasser Sarraj a Gaza, che in precedenza aveva ricoperto la carica di vicedirettore del Ministero degli Affari Civili dell’Autorità Palestinese, dove parlavano direttamente con agenti del servizio di sicurezza Shin Bet.
Secondo quanto riportato da Haaretz, nel settembre 2023 Sinwar disse ad Abu Zeida: «Di’ agli israeliani che se non fanno progressi, sto preparando una sorpresa enorme per loro… Di’ loro di aspettarsi uno ‘zilzal’, un terremoto.”
Abu Zaida riferì la conversazione a un palestinese che era emigrato da Gaza ad Abu Dhabi e ricopriva il ruolo di stretto consigliere del presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohamed bin Zayed, il quale cercò di verificare la serietà della minaccia di Sinwar. Ad Abu Zaida fu quindi chiesto di organizzare un altro incontro con il leader di Hamas a Gaza. L’incontro ebbe luogo a metà settembre 2023.
Durante l’incontro, Sinwar gli disse: «Trasmetti loro il messaggio che sto preparando la madre di tutte le sorprese. Un’operazione terrificante. Qualcosa di straordinario». Ancora una volta, usò la parola «zilzal».
«Per favore, trasmetti agli israeliani ciò che sto dicendo parola per parola», gli disse Sinwar.
Il funzionario palestinese ha nuovamente trasmesso il messaggio al consigliere dell’emiro. Il consigliere ha riferito allo sceicco Mohamed le sue impressioni sulla conversazione, e l’emiro ha deciso che «il messaggio di Sinwar dovesse essere trasmesso il prima possibile agli israeliani, ai livelli più alti». Il 15 settembre, Abu Zaida e il consigliere hanno trasmesso l’avvertimento al servizio di sicurezza Shin Bet.
L’allora capo dello Shin Bet, Ronen Bar, chiese una telefonata immediata con il primo ministro, che fu organizzata dall’allora segretario militare di Netanyahu, Avi Gil. Durante la telefonata, Bar informò Netanyahu delle minacce di Sinwar relative a un «terremoto», e si decise di tenere una riunione sulla sicurezza con tutte le agenzie di sicurezza competenti.
Due giorni dopo, gli alti funzionari della sicurezza discussero dell’avvertimento, ma non fu presa alcuna decisione. Dopo aver constatato che Israele non stava reagendo al chiaro avvertimento trasmesso allo Shin Bet, lo sceicco Mohamed decise di parlare direttamente con Netanyahu e di riferirgli l’avvertimento di Sinwar riguardo alle sue intenzioni”, conclude Khoury.
In attesa delle rivelazioni annunciate da Abu Zaida, appare sempre più chiaro il perché Netanyahu e i suoi accoliti si siano sempre opposti ad una commissione d’inchiesta indipendente sul 7 ottobre, invocata nelle tante manifestazioni di piazza dai famigliari degli ostaggi. Netanyahu denuncia fantomatici complotti, spalleggiato da sua moglie Sara, l’”Imelda Marcos” d’Israele; persegue nella linea della guerra perpetua a Gaza, in Libano, contro l’Iran e ora anche contro gli Houthi yemeniti. Tutto pur di non rispondere sul 7 ottobre, e sulle settimane che lo precedettero.
Di grande interesse in proposito è l’analisi, sempre su Haaretz, a firma Noa Limone, dal titolo: Se solo Israele avesse dato ascolto all’avvertimento di Hamas prima del 7 ottobre.
Annota Limone: “L’importante e sconvolgente inchiesta condotta da Shlomi Eldar e Ruth Yuval ha rivelato due punti chiave, oltre al fatto che il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ignorato l’avvertimento ricevuto dal presidente degli Emirati Arabi Uniti.
Il primo riguarda i negoziati che Hamas e Israele stavano conducendo in vista di un accordo a lungo termine per la Striscia di Gaza alla vigilia del massacro del 7 ottobre 2023 nel sud di Israele. Secondo l’articolo, i colloqui si sono inizialmente concentrati su una graduale revoca del blocco su Gaza e sul miglioramento delle condizioni di vita dei suoi abitanti.
Una questione chiave in questi colloqui era il rilascio dei prigionieri palestinesi. In cambio del ritorno in Israele di Abera Mengistu, Hisham al-Sayed e delle salme dei soldati uccisi Hadar Goldin e Oron Shaul, il leader di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, aveva inizialmente chiesto 500 prigionieri di Hamas. Successivamente, la sua richiesta scese a 50 prigionieri e Netanyahu, secondo l’articolo, aveva già acconsentito a 30. Ma poi i negoziati si sono arenati. Netanyahu è scomparso dalla scena e Sinwar è stato messo alle strette.
Pochi mesi dopo il massacro, ho appreso da un giornalista palestinese di alto livello che il motivo principale per cui Sinwar aveva deciso di sferrare l’attacco contro Israele era quello di liberare i prigionieri palestinesi. Parlando a un gruppo di giornalisti israeliani, ha spiegato che si tratta di una questione scottante nella società palestinese, per cui Sinwar aveva bisogno di un risultato concreto per conquistare il sostegno dell’opinione pubblica.
All’epoca le sue parole furono accolte con scetticismo. L’opinione prevalente era, e rimane, che Sinwar, e Hamas in generale, avessero adottato una visione del mondo jihadista priva di pensiero pragmatico, e che il loro unico obiettivo nell’attaccare Israele fosse quello di distruggerlo. Ed è sia impossibile che sbagliato dialogare con un nemico del genere – un nemico guidato esclusivamente da un fondamentalismo religioso violento e dall’intento di distruggere.
Questa visione ha giustificato la risposta israeliana: il rifiuto di negoziare con Hamas subito dopo il massacro per raggiungere un accordo sulla liberazione degli ostaggi da essa detenuti, e una lunga e sfrenata guerra di vendetta a Gaza che ha distrutto il territorio, reso impossibile la vita in quella zona, ucciso decine di migliaia di civili innocenti e portato anche a prolungate torture per gli ostaggi e, in alcuni casi, alla loro morte.
Questo ci porta al secondo punto significativo del rapporto di Haaretz. Diverse fonti hanno riferito ai giornalisti che nei primi giorni dopo il massacro sarebbe stato possibile liberare immediatamente gli ostaggi. Ma Israele ha respinto ogni proposta di negoziazione. Invece di agire in modo logico, impegnandosi innanzitutto a riportare a casa gli ostaggi e solo in seguito a rispondere all’attacco di Hamas, e comunque solo in modo calcolato e giudizioso, Israele ha bombardato Gaza senza sosta e in modo indiscriminato, mentre gli ostaggi israeliani venivano abbandonati alla tortura e alla morte.
Questi due punti meritano l’attenzione dell’opinione pubblica non meno del disinteresse di Netanyahu per l’avvertimento degli Emirati. Secondo il rapporto, questo avvertimento non derivava da una fuga di notizie; era un messaggio deliberato da parte di Sinwar. È stato lui a chiedere agli intermediari di chiarire a Netanyahu che, se i negoziati non fossero andati avanti, Hamas avrebbe scatenato un «terremoto». Se Sinwar fosse stato spinto esclusivamente da un folle desiderio di distruggere Israele, perché avrebbe inviato questo avvertimento invece di mantenere l’elemento sorpresa?
La conclusione che si deve trarre dall’indagine è che le cose avrebbero potuto andare diversamente se Netanyahu avesse informato gli alti funzionari della difesa riguardo all’avvertimento, e se lo avesse fatto anche in molti altri momenti della cronologia degli eventi. Ad esempio, se i negoziati avessero portato a un accordo, forse l’attacco non sarebbe mai stato sferrato.
Le cose avrebbero potuto prendere una piega diversa anche se, dopo l’attacco, fosse stata presa in considerazione la possibilità che esso fosse stato in parte motivato da preoccupazioni di ordine pratico. Infine, se Israele si fosse liberato della sua visione deterministica del mondo e avesse scelto di reagire in modo diverso, sarebbe stato forse possibile impedire, o almeno ridurne la portata, sia la tragedia degli ostaggi sia il disastro che abbiamo inflitto a Gaza, e di conseguenza anche a noi stessi”.
Così Noa Limone. È vero, la storia non si fa con i se e con i ma. Qui, però, siamo di fronte a un primo ministro che ha scientemente sottovalutato i messaggi ricevuti, non informando i vertici della difesa prima, durante e dopo il 7 ottobre. Questo si chiama alto tradimento. Ma Benjamin Netanyahu farà di tutto, statene certi, per non risponderne mai. La tragedia israeliana non sta nell’avere un siffatto criminale alla guida del Paese, ma che una parte della società israeliana creda ancora in lui, lo sostenga, lo continui a votare, chiudendo gli occhi di fronte alla realtà, accusando i giornalisti dalla schiena dritta di essere spregevoli traditori, da eliminare. Come fu eliminato Yitzhak Rabin,
Questo è il vero, tragico suicidio d’Israele.
