Un libro demolisce la propaganda israeliana e chiama genocidio ciò che accade ancora dentro a Gaza
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Un libro demolisce la propaganda israeliana e chiama genocidio ciò che accade ancora dentro a Gaza

Genocide Bad di Sim Kern critica la narrazione occidentale del conflitto israelo-palestinese denunciando colonialismo apartheid e genocidio e accusando i media di propaganda filo-israeliana israeliana dominante

Un libro demolisce la propaganda israeliana e chiama genocidio ciò che accade ancora dentro a Gaza
Sim Kern
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Seba Pezzani Modifica articolo

19 Aprile 2026 - 20.22


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di Rock Reynolds

La proliferazione di pubblicazioni sulla questione palestinese a cui si è assistito negli ultimi tre anni non tragga in inganno. Le mode non c’entrano. C’è un autentico problema di comunicazione nel modo in cui si racconta ciò che avviene in quello spicchio di mondo. E i termini a cui i media fanno più spesso riferimento sono quelli che il colonialismo ha fatto propri, per poi imporli nella quotidianità della narrazione. A distanza di circa due anni e mezzo dai fatti tragici del 7 ottobre 2023, si fatica a notare una crescita di qualità dell’informazione su quanto in corso a Gaza e ora, purtroppo, nell’intera area mediorientale.

L’odio diffuso ha ragioni antiche. Nelle cronache dei media occidentali ancor oggi si fa abitualmente riferimento alla guerra tra Israele e Hamas, lasciando intendere inevitabilmente che la contrapposizione è tra una forza militare ufficiale – fatto innegabile – e un manipolo di tagliagole sanguinari – forse, concetto da rivedere – e non andando quasi mai oltre la più banale delle superfici.

È una guerra? Certamente. È una guerra civile? Forse. È un conflitto locale? Probabilmente, pur con enormi implicazioni globali, esacerbate nelle ultime settimane dall’ennesima, improvvida intemerata di Trump, ovvero la decisione di bombardare l’Iran, e da quella di Netanyahu, che ha approfittato del clima arroventato per tentare di saldare un po’ di conti con Hezbollah, mettendo a ferro e fuoco il sud del Libano.

La percezione di quella realtà sembra essere sempre più nebulosa per i cittadini ebrei di Israele – la cui assuefazione all’idea della propria superiorità in quanto popolo del Signore rispetto al resto del mondo e, soprattutto, rispetto a chi nel territorio diventato il loro paese viveva da millenni ed è stato brutalmente cacciato e poi sottoposto a un feroce regime di apartheid e di repressione religiosa – viene quotidianamente alimentata da una ricchissima macchina della propaganda, chiamata complessivamente Hasbara. Il resto lo ha fatto un più che strisciante lavaggio del cervello che, dalla nascita, cancella nelle menti dei bambini ebrei l’idea che nella casa in cui vivono abitassero altri bambini prima di loro e che quei bambini, oggi sequestrati in un lager moderno chiamato Gaza o nel territorio pieno di limitazioni della Cisgiordania, in un mondo giusto – anzi, normale – dovrebbero avere i loro stessi diritti. Anzi, dovrebbero averne qualcuno in più, considerato che la “Terra Promessa” della Bibbia era abitata dai loro antenati e che il loro sangue è ben più semitico di quello di buona parte della popolazione israeliana ebrea. Vale la pena ricordare che in Israele non ci si può sottoporre all’esame del DNA: ne verrebbero fuori delle belle. Anzi, delle bruttissime: il sangue semita degli israeliani ebrei di origine askenazita (ovvero provenienti dall’Europa dell’Est) si è quasi del tutto perso nei millenni. Un imbarazzo non da poco.

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Accettiamo il dogmatismo messianico degli israeliani. Facciamocene una ragione. Noi resto del mondo, però, gli occhi potremmo e dovremmo aprirli. Senza entrare in questioni storico-politiche che finirebbero per attrarci gli strali di qualche benpensante ma, soprattutto, l’intervento a gamba tesa di qualche troll prezzolato dall’Hasbara – a me è capitato due o tre volte sui social – l’unica via sarebbe orientare la discussione sulla questione umanitaria, sottolineare il divario esagerato nella conta dei morti fra i due contendenti, la sperequazione vistosissima tra i danni alle infrastrutture a Tel Aviv e a Gaza, la condizione di vita bestiale a cui la popolazione della Striscia viene sottoposta.

Ad aiutarci in tale discussione oggi c’è un libro straordinario, un’analisi lucidissima fatta da un’ebrea americana alla cui base c’è l’idea che l’unico vero antisemitismo attuale sia la scelta di non essere antisionisti.

Genocide Bad (Gremese, traduzione di Pierfrancesco Prosperi, pagg 239, euro 19,90) di Sim Kern è un libro coraggiosissimo, che «si propone di chiarire ogni dubbio… sull’uso del termine “genocidio” per riferirvi ciò che i media occidentali chiamano “la guerra tra Israele e Hamas”.». Non a caso, l’autrice è stata fatta ripetutamente oggetto di minacce pesantissime. Le sue posizioni sono radicali ma altrettanto “scientifiche” e l’obiettivo dichiarato è proprio quello di smontare per filo e per segno la propaganda filoisraeliana che, diciamolo pure, ci sta venendo a noia, oltre che stizzirci non poco. «Gaza è l’ultima roccaforte di un popolo indigeno che si oppone a una setta di assassini di un impero pronto a minacciare tutta la vita sulla terra. I produttori di armi e gli azionisti delle società petrolchimiche che traggono profitto dal genocidio palestinese sono lo stesso gruppo di élite che sta condannando all’estinzione tutta la vita sulla terra attraverso il cambiamento climatico incontrollato provocato dall’uso di combustibili fossili. La lotta per liberare la Palestina è indissolubilmente legata a ogni altra lotta di liberazione sulla terra. In breve, se riusciamo a liberare la Palestina, possiamo liberare il mondo. E se non riusciamo a liberare la Palestina, siamo tutti fottuti.»

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Più che evidente è la condanna di ogni forma di colonialismo.

Immagino vi risulti già chiaro che Sim Kern non ama le vie traverse e che va dritto al punto. Il suo rigore nello smontare pezzo per pezzo le panzane che la macchina della propaganda israeliana ammannisce quotidianamente alla sua gente e che hanno finito per infettare anche nel resto del mondo la discussione pubblica sulle nefandezze israeliane è la forza principale del libro. Attaccare l’autrice con argomenti seri e irrefutabili risulterebbe impossibile persino alle menti diaboliche che stanno dietro l’Hasbara, «la montagna di stronzate che Israele accumula sulla propria storia cruenta per confondervi su alcuni fatti fondamentali: Israele ha rubato la terra ai palestinesi. Israele sta compiendo una pulizia etnica dei palestinesi da oltre settantacinque anni. Israele è uno stato di apartheid che sta compiendo un genocidio. Il genocidio è un male».

Già, il genocidio. Se Netanyahu e la sua gente potessero chiedere un favore, solo uno, al diritto internazionale, sarebbe il divieto assoluto per qualsiasi popolo che non sia quello eletto di far uso di tale termine. E dire che di genocidi nella storia ce ne sono stati diversi prima del tentativo di Hitler di far sparire gli ebrei dalla faccia della terra. Ma l’esclusiva dell’olocausto è l’unico elemento che ancor oggi consenta a Israele di credere di avere Dio e giustizia dalla propria parte. Insieme, naturalmente, a un vittimismo patologico, che insegna ad agitare lo spettro dell’antisemitismo a ogni piè spinto e a far leva sulla pietà per ciò che gli ebrei hanno subito, soprattutto a opera della Germania nazista.

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Genocide Bad è «stato concepito per aiutarvi a smascherare le bugie». Sim Kern si è fatta le ossa, al riguardo, e pure una scorza protettiva non indifferente attraverso un blog che ne ha anticipato i temi e il tono. Donna, per giunta trans non-binaria, Sim Kern ha dovuto confrontarsi con il profluvio di insulti a sfondo sessuale – conditi spesso da minacce di violenze pure a sfondo sessuale – e ha tirato dritto per la sua strada, regalandoci un libro diverso, lungo, non semplicissimo ma, al tempo stesso, dai contenuti chiari e inequivocabili.

Vi invito a leggerlo. Un minimo di conoscenza in più potrebbe finalmente spingere il mondo a chiedere conto a Israele dei crimini che sta commettendo. Perché le violenze inaudite subite nel passato dagli ebrei non danno loro «il permesso di perpetrare qualsiasi violenza desiderino sui palestinesi».

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