Rintocchi di campane tra le antiche mura del Chiostro Sant’Agostino. Il palco è vuoto, quasi. A terra un Cristo smembrato: il corpo da una parte, un arto dall’altra. In un angolo, un vecchio frigorifero.
È The End di Babilonia Teatri, riallestito a quindici anni dal debutto e arrivato al Ginesio Fest all’inizio di una nuova tournée, con le prossime date ancora in via di definizione. Lo spettacolo è di Valeria Raimondi ed Enrico Castellani.
Quindici anni, ma nessuna aria da reperto. The End pone una domanda elementare e quasi impronunciabile: quanto siamo ancora capaci di guardare la morte?
Valeria Raimondi resta immobile per buona parte dell’inizio. Un abito dorato, scintillante, da festa. Le mani aperte verso il pubblico, sui palmi le stigmate.
Per quasi quarantacinque minuti recita un monologo in cui la voce non sale, non cerca il grido, non forza la commozione. Scandisce: come i rintocchi delle campane. Poi le parole diventano colpi regolari, metodici, sempre alla stessa distanza. Martellate, pugnalate. A tratti hanno la cadenza degli slogan di una manifestazione, ma senza l’enfasi della protesta. Una furia disciplinata, una rabbia mineralizzata, un dolore già introiettato.
E intanto si ride. Si ride del funerale trasformato in attrazione, del profilo Facebook post mortem, del loculo vista mare, dell’ultima spa. «Il corpo muore, il profilo resta.»
La morte si addomestica, si spettacolarizza, si commercializza; diventa l’ultimo prodotto da personalizzare. Purché non sia davvero morte.
Non si muore: si scompare, si parte, si viene a mancare, si va in un posto migliore. (Quella parola non la voglio sentire).
Poi il registro si fa più duro. Non è soltanto paura della morte, è orrore del morire: il corpo dipendente, amministrato, lavato, nutrito, catalogato. Ospedali, protocolli, assistenza, pietà, vecchiaia istituzionalizzata. La morte non è più l’istante finale: è tutto ciò che può precederlo.
Un testo che si contraddice. Rifiuta il corpo che decade, le mani degli estranei, l’idea di essere affidati ad altri. Perfino un animale, quando sente l’odore della morte, si allontana. «Occhio non vede, cuore non vuole.» Desidera il contrario: voci familiari, volti conosciuti, qualcuno che bagni la fronte, accarezzi le rughe, raccolga l’ultimo respiro. (Io decido di non sapere. Io decido di aspettare. Io decido di non decidere).
Fino all’unica scena corale: una danza delle ombre sotto l’incombente Cristo crocifisso. Figure dalla platea raggiungono il palco sulle note di Ciao amore, ciao. Raimondi balla con loro, unica figura luminosa nell’abito di paillettes. È in questa oscillazione che The End smette di essere un pamphlet e diventa profondamente umano.
La parola passa attraverso Cecco Angiolieri e S’i’ fosse foco, De André, l’Ecclesiaste – «un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piangere e un tempo per ridere» – e una ninna nanna.
Una culla dentro un discorso sulla fine. Un bambino da affidare a qualcuno, mentre tutto lo spettacolo continua a interrogarsi su chi debba prendersi cura del fragile, del malato, del morente.
Raimondi raccoglie il corpo, e dal frigorifero recupera un altro braccio, rimette insieme il crocifisso e lo issa. Colui che, morto, era sceso dalla croce, appartiene ormai al passato: qui assistiamo alla costruzione della sua immagine.
Dallo stesso frigorifero escono le teste mozzate del bue e dell’asino. Il presepe è completo, la natività manca: è un presepe di morte. Cristo è già crocifisso, gli animali sono stati decapitati.
Di Dio restano l’immagine e il rito, ma non più la promessa. È difficile non sentire l’eco dell’uomo folle di Nietzsche: Dio è morto. Solo che, dopo averlo perso, l’uomo di The End non sembra affatto diventato dio a sua volta: non sa nemmeno più come morire.
Resta il corpo, resta chi lo ama. Resta il desiderio impossibile di governare la propria fine e, un istante dopo, quello opposto di affidarsi. «Io credo, non risorgerò. […] Polvere tornerò.»
Un credo svuotato della fede, senza resurrezione né promessa, che arriva sulle note di The End dei Doors
E la stella cometa: Raimondi la solleva davanti al Cristo, tra il bue e l’asino. Per un istante l’immaginario della Natività sembra finalmente riunito. Ma la cometa non indica nessuna strada: finisce nel frigorifero; lo stesso dal quale erano usciti il braccio del Cristo e le teste degli animali. La luce che dovrebbe annunciare l’inizio viene chiusa insieme ai pezzi della morte.
E soltanto allora ci si accorge di quello che è successo. Hai riso; la voce non ha quasi mai cambiato volume; nessuno ti ha chiesto di commuoverti, nessun crescendo ti ha avvertito che stavi accumulando tensione.
Poi l’ultimo respiro, ancora The End, ancora i Doors. Gli applausi scrosciano e la tensione con loro. Anche quella che pensavi di non avere.
The End arriva allo stomaco prima che lo spettatore capisca di avergli aperto la strada. Una parola, poi un’altra, poi un’altra ancora. Sempre con lo stesso ritmo. Colpi inferti con metodo fino a quando il colpo successivo non arriva e resta il silenzio.
THE END
di Valeria Raimondi e Enrico Castellani
con Valeria Raimondi, Enrico Castellani, Luca Scotton
produzione Babilonia Teatri e SCARTI Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione
Ginesio Fest 2026
26 agosto 2026 | Chiostro Sant’Agostino, San Ginesio
Riallestimento per i quindici anni dal debutto.