Illusio, il corpo impara a obbedire e poi a ribellarsi
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Illusio, il corpo impara a obbedire e poi a ribellarsi

Al Ginesio Fest Riccardo Micheletti lavora con gli allievi della Scuola per Attori del Teatro Stabile di Torino su 1984 di George Orwell

Illusio - Primo studio - GinesioFest - allievi Teatro Stabile Torino - Ph. Esther Rieti - recensione di Alessia de Antoniis
Illusio - Primo studio - GinesioFest 2026 - allievi Teatro Stabile Torino - Ph. Esther Rieti
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Alessia de Antoniis Modifica articolo

3 Settembre 2026 - 19.12


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Imparano a guardare, a indicare, a odiare. Finché qualcosa si spezza e quegli stessi corpi, addestrati a obbedire a un movimento comune, sembrano scoprire che insieme si può anche disobbedire.

È la traiettoria di Illusio, progetto coreografico di Riccardo Micheletti, allievo di Alessio Maria Romano, presentato al Ginesio Fest. In scena gli allievi della Scuola per Attori del Teatro Stabile di Torino diretta da Leonardo Lidi, per una restituzione, un lavoro ancora aperto non valutabile secondo i parametri di uno spettacolo già cristallizzato. Ma sarebbe riduttivo considerarlo soltanto un esercizio scolastico: Illusio possiede una drammaturgia, un pensiero e alcune immagini di notevole forza.

Nell’antico chiostro, riecheggiano le parole di 1984 di George Orwell: il Grande Fratello che guarda, Emmanuel Goldstein e i Due minuti d’Odio, l’emozione collettiva che diventa incontrollabile, la Terra d’Oro sognata da Winston, la disciplina quotidiana imposta dal teleschermo. 

Micheletti non prova a raccontare il romanzo, non mette in scena Winston, non costruisce una Oceania in miniatura, non traduce Orwell in una successione di immagini didascaliche. Prende alcuni dei suoi meccanismi e li trasferisce nel corpo.

Interpreti disseminati nel chiostro: pantaloni scuri, camicie e cravatte compongono una sorta di uniforme civile, interrotta da alcune variazioni di colore. Non sono identici: le differenze restano visibili, pur contenute dentro un codice comune.

Sono corpi che ascoltano, osservano, intercettano. Poco alla volta la dispersione si ricompone e il gruppo assume una postura comune, unidirezionale.

Il Grande Fratello, improvvisamente, non è più colui che guarda: il suo occhio si è moltiplicato e sono gli stessi individui a essere diventati parte del dispositivo di sorveglianza. 

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La parte più potente è quando il lavoro entra nella zona più violenta del romanzo, quella dei Due minuti d’Odio. La trasformazione comincia dai volti, invade il corpo, la compostezza iniziale salta mentre l’odio si diffonde per contagio.

Micheletti trasferisce quel meccanismo nei corpi: un gesto passa da uno all’altro, viene assorbito, deformato, rilanciato. Micheletti lavora su corpi che non cercano la levigatezza del gesto danzato: usa le espressioni, gli scarti, le posture, persino le diverse qualità fisiche degli interpreti. 

La lunga fase in cui i corpi camminano, si aggregano, si dispongono e si ricompongono nello spazio chiarisce con efficacia il passaggio dall’individuo al gruppo. Ma la coreografia la sostiene più a lungo di quanto il concetto richieda: una maggiore sintesi le restituirebbe, forse, tensione.

Ma quando il lavoro entra nella zona più violenta del romanzo, quella dei Due minuti d’Odio, Illusio trova la sua parte più potente. La trasformazione comincia dai volti, invade il corpo, la compostezza iniziale salta mentre l’odio si diffonde per contagio sulle note di Iron Sky di Paolo Nutini. Non un semplice accompagnamento musicale: la sua materia sonora è graffiante, martellante, cresce come una pressione che si accumula dentro lo spazio. I ragazzi corrono, si attraversano, si urtano, si piegano; le cravatte vengono gettate via, l’ordine iniziale è ormai completamente esploso. Tra le mura antiche del chiostro quella musica acquista una violenza fisica.

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Impressionante come la parte tratta dal discorso conclusivo de Il grande dittatore di Charlie Chaplin, campionata da Nutini, sia la perfetta colonna sonora per Orwell. «For those who can hear me…» ha la qualità delle voci che parlano attraverso un microfono a una folla. Per un attimo sembra perfino riprodurre lo stesso dispositivo del potere appena evocato da Orwell: una voce sola che raggiunge una moltitudine. Ma ciò che dice ne rovescia il senso, mentre i ragazzi danzano l’attacco contro i «machine men» dagli occhi e dai cuori diventati macchina. La voce senza volto non chiede obbedienza: chiede agli uomini di ricordarsi di essere uomini.

E in quel momento Illusio cambia. La corsa non appare più soltanto come il movimento incontrollabile della massa dei Due minuti d’Odio. Dentro quella voce si insinua un’altra possibilità: la stessa energia collettiva che aveva prodotto il contagio può trasformarsi in resistenza. La massa può essere manipolata, ma può anche riconoscersi come comunità. Il gruppo che prima indicava insieme un nemico, adesso sembra condividere la necessità di liberarsi da qualcosa.

È un rovesciamento potente proprio perché non arriva attraverso una dichiarazione: lo produce l’attrito fra musica, parola, corpi e luogo. Vedere questi ragazzi lanciarsi nello spazio mentre la voce di Chaplin attraversa il grido ruvido di Nutini, tra colonne e mattoni che portano addosso secoli di storia, ferisce quasi l’anima, fa desiderare che quei corpi riescano a spezzare il meccanismo nel quale li abbiamo visti entrare.

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La ribellione non sfocia però in un trionfo: l’energia si consuma, la lotta condivisa produce sfinimento. Dopo la corsa, la concitazione, il rumore, arriva una quiete che non coincide con la pacificazione. Sono corpi esausti, che hanno danzato sotto il sole cocente di una mattinata d’agosto come se avessero combattuto davvero. Mentre la Terra d’Oro di Winston trova il suo posto, fosse pure soltanto come illusione, come possibilità di immaginare un altrove. 

Il “primo studio” di Micheletti racconta sì questa educazione del corpo all’obbedienza, ma nel finale introduce la crepa necessaria: ciò che può essere educato a obbedire può essere educato anche a resistere.

Prima imparano a guardare, poi imparano a odiare e alla fine, forse, imparano a sopravvivere insieme.

To those who can hear me, I say, do not despair. (…) You, the people, have the power to make this life free and beautiful, to make this life a wonderful adventure. Let us use that power! Let us all unite!

ILLUSIO – Primo Studio – Progetto coreografico di Riccardo Micheletti Di e con gli allievi del II anno della Scuola per Attori del Teatro Stabile di Torino Tommaso Rocco Arquilla, Angelica Beccari, Giulia Boffa, Enrica Daniele, Marika Favilla, Flavia Federici, Alessandro Glorioso, Andrea Guspini, Andrea Madaro, Michelangela Marinelli, Giovanni Marra, Edda Marrone, Linda Morando, Pietro Nalesso, Giulio Nicotra, Dario Pensabene Bellavia, Sabri Ayoube

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