di Alessia de Antoniis
Il film uscirà giovedì 29 ottobre in esclusiva su Netflix. A Roma è arrivato alla Festa del Cinema, fuori concorso nella sezione Grand Public, e alla conferenza stampa Daniele Luchetti ha spiegato perché questa volta ha scelto di cercare lo spettatore invece di metterlo in crisi.
Il film è “Noi, un po’ meglio”, commedia sentimentale diretta da Luchetti e prodotta da Lucky Red. Simone (Elio Germano) è un uomo strutturato e legatissimo alla famiglia; Lucia (Maria Chiara Giannetta) è indipendente e da sempre contraria alla maternità. Tra loro tutto è oggetto di trattativa. Poi arriva l’adozione, e la trattativa cambia posta in gioco.
Luchetti ha messo il film in rapporto con quelli che lo precedono. Confidenza nasceva durante i mesi del Covid, “un momento depressivo, preoccupato, preoccupante”, e con il pubblico aveva un rapporto conflittuale. Qui, ha detto, “ho voluto fare esattamente l’opposto”: cercare empatia, perché “quei personaggi sono come noi, guardati con amore, ma un pochino meglio”. La distanza dalla commedia all’italiana sta in una scelta di sguardo: “di non stare dentro i cliché ma di voler bene a questi personaggi perché avremmo potuto essere noi”.
Sul metodo di lavoro Germano ha indicato il punto d’incontro con il regista: “non pensare al risultato ma al piacere della ricerca del mistero che c’è nell’umanità”. Significa mettere il personaggio “nella stessa difficoltà di trovare le parole adatte” invece di cercare subito quelle giuste e ripeterle mille volte.
Giannetta ha raccontato di aver preparato Lucia con Luchetti a prescindere dalla sceneggiatura, per capire che persona fosse anche fuori dalla coppia. Lucia, ha detto, è una donna “abituata a mettere sempre tutto in discussione”. Sulla pressione verso la maternità ha chiarito: “c’è più voce che viene data da parte delle ragazze”, e la scelta di dire no “spetta a noi farla sentire”.
Accanto alla coppia centrale c’è quella di Filippo Nigro e Ilaria Spada, più sicura in apparenza e più fragile in realtà. Nigro è partito da “la dignità di quest’uomo”, perché l’infertilità è “un colpo forse all’identità di una persona”. Spada ha parlato di un desiderio puro che può diventare “una sorta di idolatria”, un idolo che “ti chiede di piegarti un po’”.
Caterina Guzzanti, nel film la prima valutatrice della coppia, ha descritto il suo personaggio come “il primo giudice” e ha ricordato che dietro le istituzioni ci sono “persone che hanno in mano delle responsabilità enormi”.
A proposito della scelta di non fare figli, Luchetti ha risposto che per lui deve essere “una scelta libera”, senza graduatorie di merito tra chi ha più figli e chi meno, e ha visto un lato positivo in un’epoca in cui i popoli si muovono e “ci si scambia genetica, culture, cucine, visioni, mitologie”. Poi ha fatto un paragone con le famiglie del nord Europa, “con dei servizi sociali pazzeschi”: “in questa cultura io li farei più volentieri”. E ha aggiunto: “noi siamo un paese che non è ospitale”. Quando i suoi figli erano piccoli “non sapevamo dove portarli il sabato, la domenica”, bisognava cercare sui giornali un’attività, mentre bastavano due ore d’aereo per trovare “un milione di cose da fare”, e a basso costo.
Per il regista c’è anche una ragione culturale: a un certo punto “sono stati inventati i giovani”, e ci è stato detto “se sei giovane non devi avere figli e devi fare quello che ti pare per tutta la vita”. Ma non ne fa un giudizio: non crede, ha precisato, che prima si stesse meglio.
Il film mette i personaggi davanti a un paradosso, quello del perché si voglia un figlio, “e questa risposta non ce l’ha nessuno”.
Luchetti: “Il film fa una cosa: ti metti di fronte a un raggio di sole, e nel raggio di sole le istituzioni sono migliori, anche le famiglie più stronze sono accoglienti, anche le mamme più cattive alla fine sono buone, anche le coppie più perfette alla fine sono un po’ peggio di te, anche le psicologhe sono carine. Questa è una palla, ma sono le palle che si raccontano a fin di bene per farti stare bene. Al cinema a volte si raccontano anche le palle per farti stare male, e sono gli horror che io adoro, perché io adoro stare male, o i film di relazioni che si tormentano, perché adoro tormentarmi”.
E ha concluso: il film si può guardare “con una tisana sotto la copertina col freddo”, e “magari diventa il film di Natale di qualcuno”.
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