Giuseppe De Domenico: la Sicilia non può essere raccontata soltanto attraverso la mafia
Top

Giuseppe De Domenico: la Sicilia non può essere raccontata soltanto attraverso la mafia

Dall’incontro con Sergio Mattarella alla preparazione del ruolo di Rosario Livatino, l’attore messinese racconta il lavoro sul corpo, la propria ricerca spirituale e il bisogno di un cinema civile capace di scuotere le coscienze. E rivendica il diritto di raccontare un Sud oltre gli stereotipi della criminalità

Il Presidente Sergio Mattarella alla proiezione in anteprima della miniserie "Livatino - Il giudice e i suoi assassini" con Michele Placido, regista della miniserie e Giuseppe De Domenico alla Festa del cinema di Roma - Foto di Paolo Giandotti - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica-intervista a De Domenico di Alessia de Antoniis
Il Presidente Sergio Mattarella alla proiezione in anteprima alla Festa del cinema di Roma della miniserie "Livatino - Il giudice e i suoi assassini" con Michele Placido, regista della miniserie e Giuseppe De Domenico, attore protagonista - Foto di Paolo Giandotti - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica
Preroll

Alessia de Antoniis Modifica articolo

25 Ottobre 2026 - 17.48


ATF

di Alessia de Antoniis

Ogni giorno, prima di andare sul set, Giuseppe De Domenico faceva la sua preghiera, come Rosario Livatino passava dalla chiesa prima di andare in tribunale. È anche così che ha costruito il personaggio: vivendo quella stessa abitudine.

Messinese di Ganzirri, formatosi alla Scuola del Teatro Stabile di Genova, De Domenico interpreta il magistrato ucciso dalla Stidda il 21 settembre 1990, a 37 anni, nella miniserie Livatino – Il giudice e i suoi assassini, diretta da Michele Placido. Il racconto attraversa gli ultimi due anni di vita del giudice, intrecciando la sua storia con quella dei giovani criminali destinati a ucciderlo. Beatificato nel 2021, Livatino è stato recentemente proclamato patrono dei magistrati italiani.

La serie, quattro episodi in due serate, è una coproduzione Rai Fiction, Goldenart Production e Rai Com, prodotta da Federica Luna Vincenti. La sceneggiatura è di Angelo Pasquini, Fidel Signorile e dello stesso Placido. Nel cast Leonardo Maltese (Tano), Nino Frassica (il padre del giudice), Michela De Rossi (Nina), Ninni Bruschetta, Brenno Placido e Francesco Benigno, con David Coco e Beniamino Marcone nei ruoli di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone.

Presentata alla Festa del Cinema di Roma, la miniserie andrà in onda su Rai 1 e RaiPlay il 9 e 10 novembre. 

Alla presentazione, l’attore si è trovato alla presenza del Presidente Sergio Mattarella.  Entrambi siciliani, Mattarella porta nella propria storia familiare l’assassinio del fratello Piersanti, ucciso dalla mafia. 

Che uomo hai visto davanti a te? Che cosa hai pensato in quel momento?

Mi colpiva il fatto che non distogliesse lo sguardo. Percepivo una curiosità reale nel conoscermi, nel vedere forse anche lui, nel mio sguardo, che tipo di sensazioni gli potessi rimandare. Lui ha una storia personale, questi fatti li ha vissuti in prima persona, quindi è ovvio che sia un tema, oltre che istituzionale, anche personale, credo. Continuo a rivedermi i video di noi due che parliamo a fine proiezione, perché non mi sembra vero. Ricordo che, a parte i complimenti, era visibilmente colpito. Mi ha detto che non era facile trovare l’equilibrio giusto tra tutte le sfaccettature del personaggio, cercando di restituirlo nella maniera più credibile possibile.

Ti sei formato al Teatro Stabile di Genova. Quanto è stato importante quel percorso per costruire non soltanto la parola, ma anche la presenza fisica di Livatino?

Continua a essere una parte fondamentale. Tra un set e l’altro, quando ho tempo libero, cerco sempre di fare workshop. Da circa due anni e mezzo frequento workshop di arti performative in Belgio: lavoro sul palco senza parole, soltanto espressività fisica. Riconosco sempre di più l’importanza di avere un corpo che abbia una sua autonomia, una sua voglia di esprimersi, di sorprendersi e di sorprendermi.

È diventato un contrappeso rispetto allo studio che ho fatto a Genova dove, essendoci una grande tradizione di prosa, la priorità era data al testo. Con Anna Laura Messeri lavoravamo sulla Divina Commedia, sulla lettura in versi e su un metodo che aveva creato, Il palleggio: un gioco su come gestire le battute, sul pensiero che c’è dietro, su quello che ci si aspetta dall’altro. Tutti quegli anni di studio testuale adesso li compenso con il lavoro fisico.

Leggi anche:  Luchetti ci prova con l’empatia: “Noi, un po’ meglio” arriva su Netflix il 29 ottobre

Nel docufilm Paolo Borsellino – Adesso tocca a me hai interpretato Manfredi Borsellino, che hai anche incontrato. Nella serie The Twisted Tale of Amanda Knox hai interpretato Raffaele Sollecito, incontrandolo soltanto a riprese concluse. Con Rosario Livatino, invece, non era possibile. Come cambia il lavoro quando la persona che interpreti può risponderti e quando, invece, non può più farlo?

Quando so che potrò incontrare la persona, mi pongo maggiormente il problema di trovare un equilibrio tra interpretazione e imitazione. Sento di dover rispettare gli archivi, i video, le testimonianze, qualcosa di concreto e reale. Tendo a rubare un elemento e a trascinarlo nel tempo.

Manfredi Borsellino è stata la mia prima esperienza dopo la scuola, una piccolissima parte in un docufilm. Ero più esaltato e contento di partecipare che impegnato ad applicare chissà quale metodo.

Per Sollecito ho avuto un approccio molto più metodico. Volevo prendere da lui qualcosa del modo di parlare e di muoversi, perché sapevo che poi mi sarei dovuto confrontare con la persona reale.

Con Livatino, invece, ci sono solo piccoli frammenti video nei quali non si sente nemmeno parlare. Si può osservare un po’ della sua gestualità. Ho fatto molto affidamento sulle fotografie: ho cercato di riprendere qualche postura, il modo in cui teneva le mani, le braccia. Sul modo di parlare ho cercato di non concentrarmi troppo, perché non avevo una testimonianza diretta alla quale riferirmi.

C’era poi una sfida produttiva: realizzare un’opera di qualità che sembrasse composta da due film di due ore, ma con un impianto produttivo da fiction. Le soluzioni dovevano essere il più possibile efficaci. Mi fa estremamente piacere che tutti parlino di cinema civile e di quanto questa serie sia cinematografica, ma non vorrei che passasse per scontato il lavoro fatto. Tutti noi abbiamo lavorato con tempi da serie televisiva, non cinematografici. E vorrei riconoscere questo merito a tutta la squadra.

Livatino è stato un magistrato prima di diventare un beato. Quanto avete dovuto sottrarre all’immagine del santo per restituire l’uomo? E quanto spazio hai avuto per costruire una tua interpretazione?

Lo spazio me lo sono voluto prendere fin dai primissimi incontri di preparazione. Essendo il mio primo ruolo da protagonista, mi sono impegnato molto nello studio, anche per sentirmi nella posizione di poter intervenire e dire quello che pensavo.

Sono contento che il gruppo di lavoro mi abbia ascoltato, soprattutto sul modo di raccontare la spiritualità. È un tema a cui sono sensibile: ho un background cristiano-cattolico, ho avuto un avvicinamento personale nel 2022 e questo è stato il primo ruolo che mi ha dato davvero la possibilità di mettere in campo qualcosa di mio.

Ho fatto una riflessione molto semplice. Livatino aveva reso la propria missione professionale e la propria ricerca spirituale qualcosa di estremamente privato. Anzi, trovava nell’isolamento, lontano dai riflettori, la condizione per continuare a portare avanti ciò in cui credeva.

Mi sono detto che l’unico modo per restituire questa qualità era vivere la mia ricerca spirituale fuori dal set. Dovevo concedermi la possibilità di trascorrere quei mesi di riprese in una maniera leggermente diversa rispetto a come li avrebbe vissuti normalmente Giuseppe.

Leggi anche:  Il Ministero dell’Amore: la crisi dei sentimenti diventa una crisi di governo

Se Rosario, come è testimoniato, ogni giorno prima di andare in ufficio passava dalla chiesa, allora io ogni giorno, prima di andare sul set, facevo la mia preghiera. Così, quando entravo sul set, non dovevo più preoccuparmi di dimostrare a qualcuno di essere una persona credente: avevo già pregato.

Nella concretezza di quell’atto privato non dovevo più preoccuparmi di cosa fare o dire davanti alla macchina da presa. Ero già in linea con quello che dovevo raccontare: un uomo al quale è legata una frase secondo cui, alla fine della vita, non ci verrà chiesto quanto siamo stati credenti, ma quanto siamo stati credibili. La credibilità è uno dei termini che più rappresentano Livatino. Per questo ho cercato di essere il più concreto possibile, liberandomi dal desiderio di sottolineare qualcosa

Il cinema italiano ha progressivamente abbandonato l’impegno civile? Hai lavorato in produzioni che affrontano mafia, giustizia, errori giudiziari e responsabilità individuali. Pensi che il cinema debba ancora disturbare il potere?

La differenza rispetto a qualche decennio fa è naturalmente il contesto, l’evoluzione tecnologica, l’arrivo dei social. Come esseri umani abbiamo subito un cambiamento nella percezione delle immagini attraverso uno schermo. E con questa trasformazione anche il cinema, tra cali di partecipazione, riduzione dei budget e scossoni strutturali, è come se si fosse un po’ dimenticato del proprio potere persuasivo, di ciò che può effettivamente rappresentare.

Dobbiamo tornare a essere consapevoli di quel potere. Non significa che tutto ciò che non è cinema civile non abbia valore. Ma se la forza del cinema è anche quella di riunirci nella stessa stanza, di condividere le reazioni, di vivere un’esperienza collettiva, allora ben venga che in quella sala ci venga raccontato qualcosa capace di scuotere la nostra coscienza.

E torno ai social. Siamo continuamente sollecitati a guardare ciò che già ci piace. L’algoritmo funziona così: ci propone quello che è affine ai nostri gusti. Abbiamo sempre più bisogno di un contraltare.

Secondo me molte forme di estremismo nascono proprio da questo continuo rafforzamento di un unico punto di vista. Finisci per illuderti che il mondo intorno a te la pensi esattamente come te, perché apri il cellulare e trovi soltanto contenuti in linea con le tue convinzioni. È una sorta di allucinazione collettiva.

Da siciliano, che cosa significa raccontare storie di una Sicilia che spesso viene guardata attraverso pregiudizi e stereotipi?

Ha una doppia valenza. Da un lato non posso escludere il coinvolgimento personale, il sentirmi chiamato in causa.

Quando vivi in una provincia del Sud hai spesso la sensazione dell’isolamento, di essere lontano da quelli che sono gli interessi nazionali. Essere visibili, essere guardati, trovare uno spazio e una credibilità, per me e anche per i miei amici, le persone della mia generazione che vivono ancora a Messina, significa scardinare l’idea che sia impossibile crescere in provincia e avere una presenza nazionale. È qualcosa che mi inorgoglisce molto.

Leggi anche:  Diego Luna a Roma: "È quando accogliamo i migranti che mostriamo chi siamo"

Poi, rispetto ai temi che vengono raccontati, provo una sensazione più complessa. È una questione delicata, che mi scuote lo stomaco. Perché sembra quasi che gli unici temi per i quali la Sicilia diventa interessante siano le tragedie del passato o la criminalità del presente.

È anche un limite della scrittura, degli sceneggiatori, del modo in cui noi italiani raccontiamo la Sicilia: attraverso la mafia, la criminalità o, come nel caso di Livatino, attraverso le persone che hanno combattuto quel sistema.

Poi arriva anche un regista come Nolan e ci ricorda che la nostra terra è molto più ricca di storie universali e senza tempo.

Ma il mercato continua a chiedere soprattutto quel tipo di racconto…

Conosco tanti artisti, non soltanto siciliani, che hanno voglia di raccontare un Sud completamente diverso da come siamo stati abituati a vederlo.

Adesso interpreto quello che mi viene proposto, ma conto, in futuro, di essere promotore di storie autoriali molto diverse. Perché alla fine sta a noi, che stiamo prendendo sempre più spazio nell’industria televisiva e cinematografica italiana, scegliere che cosa portare avanti e che cosa lasciare alle generazioni future. Dobbiamo anche smettere di continuare a proporre sempre le stesse cose.

Ti è mai capitato di interpretare qualcuno che nella vita avresti disapprovato e poi, studiandolo, scoprire qualcosa che lo rendeva migliore?

Studiando il caso di Amanda Knox, quando ho interpretato Raffaele Sollecito, ho comprato il suo libro autobiografico e ho cominciato a cercare di capire chi fosse quella persona.

Ho scoperto un aspetto della sua storia personale che mi ha davvero spaccato il cuore. Mi ha cambiato drasticamente la percezione che avevo di lui e anche la linea interpretativa che ho scelto per la serie.

I suoi genitori si erano separati e Raffaele era rimasto con la madre, caduta in depressione dopo la separazione dal marito. Quando si è presentata la possibilità di trasferirsi a Perugia per studiare, lei non era convinta che fosse la scelta giusta. Lui, però, desiderava costruirsi una vita autonoma e ha deciso di partire. Nel suo racconto, la madre è morta d’infarto prima che lui incontrasse Amanda Knox. Raffaele non si sarebbe mai perdonato di aver scelto di partire anziché restarle accanto.

Questo passaggio mi ha fatto leggere diversamente anche le sue scelte successive. Sollecito avrebbe potuto sottrarsi alle accuse dichiarando di non sapere se Amanda fosse uscita di casa quella notte, lasciando così ricadere su di lei il peso della vicenda giudiziaria. Ma non riusciva ad abbandonarla, come sentiva di aver fatto con la madre. È come se la vita lo avesse messo ancora una volta davanti alla scelta fra proteggere se stesso e non abbandonare un’altra persona.

Ho visto un uomo segnato da un lutto e da un senso di colpa che non era riuscito a elaborare. Quando ho collegato quella storia personale agli anni dei processi e del carcere, mi si è spezzato il cuore. Ho cominciato a guardare tutto con occhi estremamente diversi. Ed è stata questa mia lettura dei fatti che ho cercato di raccontare nella serie.

Native

Articoli correlati