Periferie dimenticate a Napoli: il Rione Sanità come emblema di abbandono istituzionale e dominio della camorra
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Periferie dimenticate a Napoli: il Rione Sanità come emblema di abbandono istituzionale e dominio della camorra

Le periferie geografiche ed esistenziali sembrano essere state dimenticate da questo governo, ad eccezione di Caivano.

Periferie dimenticate a Napoli: il Rione Sanità come emblema di abbandono istituzionale e dominio della camorra
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29 Maggio 2026 - 20.12


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di Dario Spagnuolo

Le periferie geografiche ed esistenziali sembrano essere state dimenticate da questo governo, ad eccezione di Caivano. Non è una mancanza ascrivibile solo al governo attuale, da tempo la politica lavora sul brevissimo periodo e più per slogan che per azioni concrete. Dietro le rappresentazioni luccicanti, la cronaca racconta di un disagio molto concreto dal quale il crimine attinge per giustificarsi e raccogliere consensi.

Napoli, terza città italiana, è sicuramente un termometro per capire come si vive nelle periferie. A Napoli si vive separati, eppure gli uni accanto agli altri. Qui la periferia invade il centro storico e le stradine turistiche del Rione Sanità o dei Quartieri Spagnoli comunicano con i vicoli in cui il disagio e la disperazione montano rapidamente.

È significativo quanto sta accadendo negli ultimi giorni proprio nel Rione Sanità, quello immortalato dal neoralismo con “L’oro di Napoli”, dalla commedia con “il sindaco del Rione Sanità” e dalle fiction come “Mina Settembre” e “Noi del Rione Sanità”.

Nel giro di pochissimi giorni si sono succeduti tre episodi drammatici e preoccupanti. Il primo è stato l’attentato con cui sono state distrutte le giostrine in Piazza San Vincenzo (24 maggio). Un gesto insensato, a danno di bambini che sono già privi di tutto, e un oscuro messaggio di camorra. Torna alla mente la scena de “L’oro di Napoli”, quando il guappo ospitato nella casa di Totò (in Salita Cagnazzi, al Rione Sanità) distrugge la cassata che Totò aveva comprato per festeggiare il Capodanno, mentre i bambini piangono disperati.

E’ la prova che la camorra non rispetta nessuno, che intende imprigionare le persone del quartiere e impedire che escano dalla situazione di disagio e povertà, che possano condurre una vita normale. È il volto feroce di una camorra che vieta anche il sorriso ai bambini.

Nella notte tra 26 e 27 settembre, poi, c’è stata una “stesa”. Il solito raid di criminali che, in sella ai motorini, sfrecciano per le strade sparando e costringendo le persone a gettarsi in terra o a cercare riparo. “Siamo armati e pronti a colpire” è questo il messaggio che intende incutere timore, ottenere l’acquiescenza e l’omertà degli abitanti del quartiere. I camorristi, d’altronde, hanno il culto della morte. Per l’immortalità è sufficiente uno dei tanti altarini edificati a chi, giovanissimo, ha perso la vita in uno scontro a fuoco, contro un clan rivale o durante una rapina. A questi altarini gli abitanti sono costretti a rendere omaggio. È la camorra a diffondere l’idea che un paio di scarpe valga la vita di un uomo, come è successo a Francesco Pio Maimone, ucciso per la rabbia di chi aveva visto le proprie scarpe macchiate. È sempre la camorra a convincere che per i soldi e il potere valga la pena di vivere una vita breve e costruita sul dolore di centinaia di persone, anche le più care. Perché è difficile credere che se spari, ammazzi, usi violenza tua madre, i tuoi figli, tua moglie siano felici. Lo racconta efficacemente Isaia Sales, grande esperto della camorra napoletana, nel suo saggio “Teneri assassini. Il mondo delle babygang a Napoli” (Marotta&Cafiero, 2022)

In mezzo a questi due episodi, la mattina del 26 maggio un padre, quasi sicuramente sotto l’effetto di stupefacenti, ha accoltellato il figlio dodicenne, ferendo anche se stesso, la moglie e i sanitari che, coraggiosamente, hanno subito portato il ragazzino in ospedale. E’ una storia di povertà, di tre nuclei familiari italiani che convivono, di un uomo in cura psichiatrica, di piccoli spazi in cui vivono adulti e bambini sopravvivendo di lavori precari. Quest’ultimo non è un episodio di camorra, ma insieme questi eventi rivelano una Napoli che non è toccata dai benefici del turismo. Il Rione Sanità, nonostante il profumo di fritti e di pizza che lo invade ogni mattina, per tantissime famiglie è rimasto un luogo di rassegnazione, il simbolo di una situazione dalla quale sembra impossibile uscire.

Quella del Rione Sanità è una storia di emarginazione. Tutta l’area, oggi parte del centro storico allargato, sorge a Ovest della città greca, appena fuori le mura, e corrispondeva all’area di sepoltura. Il ponte Maddalena Cerasuolo, che sovrasta tutta la Sanità, fu fatto costruire agli inizi del 1800 da Gioacchino Murat per collegare la Reggia di Capodimonte alla città, evitando di attraversare il Rione dove viveva il popolino. Poi, la chiusura parziale di Salita Moiariello e Salita Scudillo lo hanno isolato ancora di più, trasformandolo in una sorta di riserva indiana. Attraversare il Rione Sanità è quasi impossibile, le vie d’accesso si sono ridotte e sono tenute sotto stretto controllo da una criminalità radicata da decenni e in continua guerra per accaparrasi un pezzetto di territorio.

Le vittime di tanta violenza sono soprattutto i bambini: il Rione Sanità è il quartiere di Genni Cesarano, di Emanuele Tufano, di Nunzio Pandolfi. Vite frantumate da un colpo di pistola. Nunzio Pandolfi (1990) aveva solo due anni ed era in braccio al padre quando fu colpito dai killer della camrra, Genni Cesarano è rimasto vittima di un proiettile vagante di una “stesa” a soli 17 anni, Emanuele Tufano, morto nell’ottobre 2025, è stato colpito durante un raid notturno al quale partecipava: aveva solo 15 anni.

Napoli è una città inaccogliente! Il Sole24ore ha da pochi giorni pubblicato la classifica sulla qualità della vita suddivisa tra bambini, giovani e anziani. Su 107 province, Napoli occupa il 94^ posto per il benessere dei bambini e il 104^ per quello dei giovani. Per gli anziani, invece, si colloca a metà classifica. Le ultimissime posizioni sono tutte appannaggio di Sicilia e Calabria. Inutile dire che le città con la migliore qualità della vita per i bambini sono Firenze, Milano e Aosta.

I criteri di rilevazione sono sempre gli stessi: tempo scuola, palestre, mense, spazi verdi … Su tutti questi indicatori Napoli e gran parte del Mezzogiorno sono sempre più indietro.

Affermava Nunzio Giuliano, fratello del boss di Forcella e dissociatosi dalla camorra dopo la morte, per droga, del figlio: “I camorristi di oggi erano bambini 10 anni fa. Bambini che non sono andati a scuola, che non hanno mai potuto giocare, che non hanno altri modelli positivi da imitare. Conoscete qualche camorrista che si è laureato? Io non ne conosco. I camorristi sono tutti analfabeti, pensano di essere potenti e in realtà sono solo vittime”. (Nunzio Giuliano, Diario di una coscienza, Pironti, Napoli 2006).

È una lunga storia di abbandono, di dimenticanza, di disinteresse, come dimostrato anche dal progressivo arretramento delle istituzioni scolastiche presenti nell’area. Nel 2013/14 la scuola di I grado “Lombardi” è stata accorpata con la Russo Montale, spostandone la segreteria e la presidenza al di fuori del Rione. Stesso destino per l’Istituto Professionale “Caracciolo Salvator Rosa” accorpato e riaccorpato più volte e frequentato da Emanuele Tufano. Dal prossimo anno, anche l’Istituto Comprensivo “Angiulli”, ultima scuola presente nel quartiere, si unirà alla “Volino Croce Arcoleo”.

Resistono, invece, le forze del volontariato. Il punto luce di Save the Children e la Comunità di Sant’Egidio. Quest’ultima, con il Programma “W la Scuola” e la Scuola della Pace, è attiva ogni giorno. Circa una sessantina i minori coinvolti, studenti di ogni ordine e grado e di ogni provenienza. Il martedì sera, per i più piccoli, c’è anche la cena comune all’interno della Chiesa di S. Maria Succurre Miseris, un nome decisamente appropriato alla situazione. A giugno, poi, inizierà la summer school, perché il tempo scuola a Napoli è troppo poco e le case della Sanità sono troppo piccole per offrire uno spazio ai bambini.

Sono tutte iniziative realizzate anche grazie alle donne del quartiere, che desiderano per i loro figli un futuro diverso. I bambini della Sanità, però, aspettano ancora un aiuto concreto dalla città e dalle istituzioni.

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