Anche se si definisce Israele una democrazia, resta comunque un regime di apartheid
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Anche se si definisce Israele una democrazia, resta comunque un regime di apartheid

Voci libere da Israele. Voci di combattenti per la pace, di donne e uomini che non si piegano alla deriva fascista e messianica dello Stato ebraica. Voci di chi denuncia l’apartheid in Cisgiordania, l’etnocidio di Gaza, la disumanizzazione di un’opinione pubblica.

Anche se si definisce Israele una democrazia, resta comunque un regime di apartheid
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19 Maggio 2026 - 21.11


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Voci libere da Israele. Voci di combattenti per la pace, di donne e uomini che non si piegano alla deriva fascista e messianica dello Stato ebraica. Voci di chi denuncia l’apartheid in Cisgiordania, l’etnocidio di Gaza, la disumanizzazione di un’opinione pubblica plasmata e plagiata da una comunicazione militarizzata. Voci di persone come Yuli Novak e Zvi Bar’el.

Yuli Novak è Direttrice esecutiva di B’Tselem, l’Ong per i diritti umani israeliana.

“Anche se si definisce Israele una democrazia, resta comunque un regime di apartheid”

Così Haaretz titola il potente j’accuse di Novak. 

Scrive la Direttrice di B’Tselem: “Essere della sinistra sionista significa impegnarsi costantemente a favore della divisione della Terra d’Israele», ha scritto qui il deputato Yair Golan, leader del partito israeliano I Democratici e una delle figure di spicco della sinistra sionista, insieme al suo coautore, Chuck Freilich.

In quella frase apparentemente innocente risiede la nostra tragedia politica. Quando aggiunge che «la salvaguardia di una maggioranza ebraica all’interno di un Israele democratico conta più di ogni centimetro di territorio» e propone una «separazione civile – ma non militare –» in Cisgiordania, sta dicendo ai potenziali elettori: non preoccupatevi. Anche se ci muoviamo verso un accordo politico, il controllo militare israeliano rimarrà, preservando la dinamica di potere in cui milioni di palestinesi vivono nella costante paura della violenza per mano delle forze di sicurezza o dei civili israeliani che godono dell’impunità.

L’impegno di Golan per una “divisione della Terra” non offre una nuova via; piuttosto, dimostra quanto efficacemente il regime israeliano abbia ristretto i confini della nostra immaginazione e ci abbia intrappolati in una visione del mondo in cui la separazione e la conservazione della supremazia ebraica, anche mentre a milioni di palestinesi vengono negati i diritti, possano sembrare una soluzione morale e persino “di sinistra”.

Un sistema politico che considera la conservazione della maggioranza di un gruppo etnico-nazionale come un obiettivo politico legittimo non è una democrazia. È un sistema di ingegneria demografica, progettato per mantenere la supremazia di un gruppo a spese di un altro a cui vengono negati i diritti fondamentali. Chiamarlo “democrazia” non cambia ciò che è: apartheid.

Il Sudafrica, che ha dato il nome all’apartheid, si vantava anche di essere “l’unica democrazia” nella sua regione. Ed era una democrazia. Ma solo per i bianchi. Sotto l’apartheid, il Sudafrica era strutturato per preservare una maggioranza civica bianca all’interno dello Stato, mentre ai sudafricani neri venivano assegnate delle “patrie” designate, note come bantustan, che avrebbero dovuto diventare indipendenti in un momento futuro indefinito. La sovranità nominale di questi territori, sotto il controllo del regime bianco, non abolì l’apartheid; la preservò. Anche lì, l’ingegneria demografica era mascherata da “separazione legittima”.

Forse nulla coglie meglio questa assurdità del nome del partito di Golan: “i Democratici”. È triste, ma comunque necessario, dirlo chiaramente: questo è un partito che si candida alle elezioni per un parlamento che governa milioni di persone a cui non è permesso votarlo. Le elezioni generali israeliane previste per la fine dell’anno non saranno democratiche. Non a causa di fake news o di soppressione del voto, sebbene anche questi saranno parte della storia, ma perché in tutto il territorio controllato da Israele potranno votare solo coloro che il regime ha definito cittadini. In Cisgiordania, i seggi elettorali apriranno per le centinaia di migliaia di ebrei che vivono lì, mentre i 3 milioni di palestinesi che vivono al loro fianco, sotto lo stesso regime ma privi dei diritti politici fondamentali, rimarranno sudditi privati del diritto di voto.

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Anche in Sudafrica c’erano liberali che si opponevano alla crudezza dell’apartheid pur accettandone la logica di base: persone che lottavano per i diritti civili, erano inorridite dal razzismo palese, disprezzavano l’estrema destra e credevano di offrire una soluzione moderata e responsabile. La politica di separazione e di mantenimento della supremazia era chiamata “sviluppo separato” in Sudafrica; al suo centro c’era la premessa che vivere insieme è impossibile (perché siamo troppo diversi, perché è troppo pericoloso), quindi vivremo separati. Non sempre si consideravano difensori dell’apartheid, ma ragionavano sempre secondo la sua logica.

Golan identifica molti degli elementi dell’abisso in cui Israele è precipitato: la violenza, i pogrom, il crollo della magistratura e la distruttiva direzione messianica verso cui il Paese si sta muovendo. Ma la sua constatazione non fa che rendere più evidenti i limiti della sua immaginazione politica. Per anni ci siamo convinti che milioni di palestinesi potessero essere tenuti, senza diritti, sotto controllo, assedio, espropriazione ed espulsione, e che la violenza sarebbe rimasta dall’altra parte della barricata. Neanche il 7 ottobre ha infranto quella dottrina. Ci viene ancora proposta come programma politico, anche da parte della “sinistra”.

Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, giustamente, suscitano profonda paura in molti israeliani. Ma la fantasia che le prossime elezioni consentiranno di metterli da parte e tornare a una forma familiare di apartheid, più pulita, più educata e meno imbarazzante a livello internazionale, non è solo un fallimento morale ma, soprattutto, un’illusione politica. Anch’io preferisco una forza di polizia che non sia guidata da un criminale razzista e sadico. Ma anche se Ben-Gvir e i suoi simili non fossero più al governo, ciò non significherebbe un ritorno alla “democrazia perduta”, ma al massimo una gestione più educata dello stesso sistema, governato dalla stessa logica.

Ben-Gvir e Smotrich non hanno inventato il regime di separazione e supremazia ebraica, semplicemente non se ne vergognano. Finché il discorso politico israeliano continuerà a vedere nella separazione e nella supremazia la soluzione, continueremo nella stessa direzione: più violenza, più distruzione e più rovina morale e fisica.

Il regime dell’apartheid sudafricano è sopravvissuto per 50 anni alimentando la paura e insegnando alla gente a non vedere la realtà che aveva davanti. Quelle forze operano anche qui, portando persino chi è inorridito dalla violenza e dall’oppressione insite in un regime del genere a credere che la propria sicurezza dipenda dalla separazione e dal controllo totale sulle persone etichettate come “altri”.

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La resistenza al regime di apartheid israeliano viene troppo spesso liquidata come una fantasia, distaccata dalla realtà. Ma è vero il contrario: è una delle poche posizioni politiche e morali che sia ancora radicata nella realtà. Riflette anche la prospettiva di molti di noi che vivono tra il fiume e il mare. Non è una coincidenza che l’ideologia della separazione ci abbia portato a una Striscia di Gaza devastata dall’esercito israeliano, a una Cisgiordania che si sta disintegrando sotto la violenza istituzionalizzata di Israele e a prigioni israeliane trasformate in una rete di campi di tortura.

Continuare a promuovere un’apartheid “pulito” e “liberale” non riparerà alla distruzione che abbiamo inflitto a questa terra e alla sua gente. Il primo passo nella lotta per il cambiamento è smettere di chiamare “democrazia” la separazione e la supremazia e chiedere un futuro che inizi vedendo gli esseri umani prima di ogni altra cosa”, conclude Novak.

Non c’è niente altro da aggiungere. Solo da abbracciarla.

Zvi Bar’el è tra le firme storiche di Haaretz. Un grande giornalista, per esperienza, onestà intellettuale, ricchezza di fonti documentali, che sa andare controcorrente. E scrivere verità. Dure, ma verità. 

“Netanyahu sarà anche in declino, ma il suo regime è vivo e vegeto”

Così Bar’el sviluppa, sul quotidiano progressista di Tel Aviv, un titolo che è verità: “Una sola apparizione del primo ministro Benjamin Netanyahu al programma «60 Minutes» ha infuso speranza in coloro che sono stufi del regime del male e della distruzione di un leader supremo che sta conducendo Israele a braccio teso verso l’abisso. L’immagine sullo schermo era quella di un uomo anziano e stanco, con il volto ricoperto da strati di trucco screpolato. Il suo discorso era incoerente e il suo vero stato di salute potrebbe ancora venire alla luce. La mia collega Yoana Gonen ha sintetizzato qui, in un editoriale di mercoledì, l’essenza di quella speranza in una frase tagliente, diretta e penetrante, basata sull’osservazione dello stesso Netanyahu su come cadono i regimi. 

“Procedono gradualmente, e poi cadono”, ha detto. “La stessa legge fisica si applica al suo dominio eterno: si sgretola gradualmente fino a crollare un giorno, tutto in una volta”, ha aggiunto Gonen.

Eppure, i tiranni non cadono così in fretta. Non c’è bisogno di scavare nella storia di antichi imperi come Roma, la Grecia, Sparta o l’Egitto per trovarne le prove. Solo tre mesi fa, abbiamo sentito affermazioni decise, erudite e ben fondate sulla morte imminente della Guida Suprema dell’Iran Ali Khamenei, che era più vecchio di oltre un decennio e in condizioni di salute peggiori rispetto a Netanyahu. Tali affermazioni prevedevano con assoluta certezza che la sua scomparsa avrebbe portato al crollo del regime iraniano. 

Quindici anni fa, i servizi segreti israeliani stimarono che i giorni di un altro leader anziano, Hosni Mubarak, fossero contati, a causa di un cancro al pancreas. Mubarak aveva allora 82 anni. Eppure, questo “miracolo medico”, che governò l’Egitto per più di 30 anni, continuò a vivere nonostante la diagnosi fatale, che si rivelò errata, per un altro decennio.

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L’assassinio di Khamenei non ha fatto cadere il regime iraniano. Mubarak è stato destituito da una massiccia rivolta popolare, ma in assenza di un’alternativa, il dittatore in Egitto è caduto mentre la dittatura è rimasta. 

Israele, tuttavia, rappresenta un caso eccezionale: qui, l’assassinio di un leader avrebbe provocato un cambio di regime, trasformandolo da una sana democrazia in una dittatura sotto le spoglie della democrazia. 

Netanyahu, l’imputato, malato, stanco, si rende conto che la sua guerra contro i veri nemici non è più sotto il suo controllo, e ora sta conducendo un’altra guerra volta a perpetuare la dittatura che ha pianificato, avviato, organizzato e costruito. 

Come in Iran e in Egitto, il “regime” in Israele non sta solo smantellando brutalmente le istituzioni democratiche, schiacciando la magistratura, prendendo il controllo dei programmi scolastici, mettendo in ginocchio i media e coltivando una teocrazia ultranazionalista e fascista; sta anche perseguendo un obiettivo ben più pericoloso: cancellare la memoria collettiva dell’identità democratica di Israele, in cui sono conservati gli elementi necessari per ripristinarla.

La generazione più giovane di elettori israeliani non conosce nessun altro regime. I concetti civici di base le sono estranei e persino i confini legittimi dello Stato le sono sconosciuti. Anche la generazione più anziana fatica a ricordare come sia una vera democrazia.

È così che Netanyahu sta costruendo una nuova nazione, in cui, anche se i suoi leader cambiano, la sua memoria politica inizierà con lui. E potrebbe riuscirci. Perché in Israele la democrazia ha imparato a chinare il capo e a cercare riparo, mentre la dittatura lotta per la propria sopravvivenza, e lo fa in modo efficiente, rapido e violento. 

La speranza non può essere riposta nella figura desolante dell’uomo trasandato che parla al suo popolo in inglese, né nella sua diagnosi medica o nell’esito del suo processo. Lo ha espresso bene nel suo discorso del 12 marzo ai cittadini iraniani: “Stiamo agendo … per creare le condizioni affinché il popolo iraniano possa rimuovere il crudele regime tirannico. … Dico al popolo iraniano: Il momento in cui potrete intraprendere un nuovo percorso di libertà – quel momento si sta avvicinando. … Ma alla fine dei conti – dipende da voi! È nelle vostre mani!»

Netanyahu non ha portato nulla agli iraniani, ma ha creato le condizioni e fornito tutti i pretesti per rimuovere il regime in Israele. Il resto, la riscoperta della democrazia e la sua trasformazione in una democrazia combattiva, sta a noi”, conclude Bar’el.

“Sta a noi”, conclude Bar’el. Sta agli israeliani ribellarsi. Nelle piazze. Con il voto. Con la destra fascio-messianica di Netanyahu, Ben-Gvir, Smotrich o si combatte o ci si arrende: complici o imbelli. Yuli Novak e Zvi Bar’el la loro scelta l’hanno fatta.

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