Le aziende israeliane guadagnano milioni di dollari dal commercio con Gaza e con gran parte della Cisgiordania occupata grazie a un sistema che consente loro di mantenere una posizione dominante nelle catene di approvvigionamento. Un controllo che riguarda numerosi settori, dalla distribuzione delle merci ai prodotti essenziali, e che secondo le imprese palestinesi limita la concorrenza e ostacola lo sviluppo di un’economia autonoma.
Recentemente alcune aziende palestinesi hanno presentato un ricorso alla Corte Suprema israeliana chiedendo di modificare le politiche che rendono possibile questo squilibrio, ma il tribunale ha respinto la richiesta. La decisione si inserisce, secondo i critici, in un modello più ampio nel quale diversi interessi economici israeliani restano legati al sistema dell’occupazione e alle restrizioni che regolano il commercio nei territori palestinesi.
Il controllo delle infrastrutture commerciali e delle autorizzazioni per il movimento delle merci rappresenta da anni uno degli elementi centrali del rapporto economico tra Israele e territori palestinesi. Le restrizioni alla circolazione di persone e beni, insieme al sistema dei permessi e dei controlli, hanno contribuito a creare una forte dipendenza dell’economia palestinese da quella israeliana. La Banca Mondiale ha sottolineato più volte che le limitazioni alla mobilità e all’accesso ai mercati rappresentano uno dei principali ostacoli alla crescita del settore privato palestinese.
Per le imprese palestinesi, il problema non riguarda soltanto il costo delle merci, ma anche la possibilità stessa di competere. La difficoltà di importare direttamente prodotti, materie prime e tecnologie riduce gli spazi per lo sviluppo industriale locale e rafforza il ruolo degli intermediari israeliani.
Un’economia sempre più fragile
La situazione economica dei territori palestinesi è peggiorata drasticamente dopo il 7 ottobre 2023. Secondo una valutazione congiunta della Banca Mondiale, Nazioni Unite e Unione europea, la ricostruzione di Gaza richiederà circa 53 miliardi di dollari, mentre i danni alle infrastrutture e le perdite economiche hanno colpito praticamente tutti i settori produttivi. La stessa analisi stima che l’economia di Gaza si sia contratta dell’83% nel 2024, mentre quella della Cisgiordania abbia subito una contrazione del 16%.
Prima della guerra, la Banca Mondiale aveva già evidenziato una profonda crisi strutturale: alla fine del 2023 circa mezzo milione di posti di lavoro erano andati persi nell’economia palestinese, con un forte impatto sia a Gaza sia in Cisgiordania.
Il controllo delle rotte commerciali, delle autorizzazioni e degli accessi continua quindi a essere un elemento decisivo nella definizione dei rapporti economici tra Israele e territori palestinesi. Per i sostenitori del ricorso presentato alla Corte Suprema, modificare queste regole sarebbe necessario per permettere alle aziende palestinesi di competere in condizioni più equilibrate. Per i critici del sistema attuale, invece, il mantenimento di queste condizioni contribuisce a rendere economicamente sostenibile un modello basato sull’occupazione.
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