Netanyahu all'Onu: l'immoralità del male
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Netanyahu all'Onu: l'immoralità del male

Gideon Levy è un grande di Israele. Dell’Israele resiliente. Un grande giornalista; un grande intellettuale; una persona dalla schiena dritta.

Netanyahu all'Onu: l'immoralità del male
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

27 Settembre 2026 - 19.46


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Gideon Levy è un grande di Israele. Dell’Israele resiliente. Un grande giornalista; un grande intellettuale; una persona dalla schiena dritta. Gideon Levy non indulge mai a scorciatoie consolatorie; non è uno di quelli che considerano la deriva etnocratica e bellicista dello Stato ebraico come portato velenoso di una “mela marcia” – Benjamin Netanyahu – in un cesto di mele sane -Israele -. Levy va in profondità e nel farlo mette a nudo la trasformazione disumanizzante della psicologia di una nazione e una sostanziale omologazione della stragrande maggioranza delle forze politiche israeliane.

Nei suoi articoli, analisi, reportage, commenti, Gideon Levy segue passo dopo passo la deriva esistenziale d’Israele, l’affermarsi di quel sionismo religioso che è da sempre la forza motrice ideologica della destra israeliana. Da tempo, Levy denuncia come quelle condotte da Israele non siano più guerre di difesa, bensì guerre di conquista, di espansione, volte alla realizzazione della missione “divina” che il Dio della Torah avrebbe affidato al suo popolo eletto: realizzare il Grande Israele, dal mare (Mediterraneo) al fiume (Giordano). In questo e per questo, Netanyahu, Ben-Gvir, Smotrich non sono corpi estranei alla società israeliana, ma ne sono l’incarnazione, almeno di una parte se non maggioritaria certamente molto significativa. In questo e per questo, Levy è convinto, e chi scrive è sulla stessa linea, che il “bibismo” sopravviverà a “Bibi” Netanyahu, anche perché, rimarca ancora Levy, i suoi più accreditati competitori elettorali sono portatori di un “bibismo” light, ma non certo di una visione radicalmente alternativa a quella della destra. Basti pensare che, con l’eccezione dei Democratici e dei reietti partiti arabi, nessun’altra formazione politica ebraico-israeliana fa minimamente accenno ad una pur generica opzione di una pace fondata sulla soluzione a due Stati. Così come, lo stesso schieramento trasversale continua a ritenere quello israeliano l’”esercito più morale al mondo”.

Gideon Levy resta tenacemente una voce fuori dal coro. E lo conferma il suo commento all’intervento di Netanyahu all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che Haaretz titola: Il discorso di Netanyahu alle Nazioni Unite sulla “barbarie” ignora la crisi morale di Israele stesso

Argomenta Levy: “Questo è stato uno dei principali argomenti avanzati da Benjamin Netanyahu nel suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite di giovedì: Israele sta combattendo contro i barbari che minacciano la civiltà globale, al fine di proteggerla. È stata una delle sue affermazioni più arroganti. Non era la prima volta che il primo ministro ricorreva a questa argomentazione. Nel 2024 parlò di «nemici selvaggi». È così che la vede anche la maggior parte degli israeliani. Barbari o selvaggi: Netanyahu, responsabile di omicidi di massa, ha perso il diritto di parlare di barbarie. Quando oggi si parla di barbarie nel mondo, Israele è tra i primi dieci.

Ancor prima di passare alla Striscia di Gaza, esiste forse un altro paese al mondo in cui due stimati registi di documentari non possano tornare in patria, non per paura del governo ma per paura della folla? Si è mai sentito nulla di simile in uno Stato democratico? E in quale paese democratico il discorso dominante e prevalente (in parlamento e per le strade) ruota attorno a vari metodi di uccisione, omicidio ed espulsione?

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Questa è la civiltà in nome della quale Netanyahu ci sta conducendo in «questa battaglia contro i barbari». Ci sono paesi più crudeli (anche se non molti) di Israele, ma in quale altro luogo ci si vanta in questo modo dei propri crimini? Nella nostra campagna elettorale «democratica» c’è una gara a chi ricorrerebbe alla forca e chi ai pogrom, chi al trasferimento di popolazione e chi alle uccisioni mirate di massa.

E in quale paese democratico si cercherebbe di squalificare i partiti in base alla loro appartenenza nazionale e, per quanto riguarda il leader di uno di questi partiti, con il consenso del procuratore generale e del presidente della Commissione elettorale centrale? E in quale paese i detenuti muoiono come mosche nelle carceri? Più di 100 detenuti, tutti palestinesi, ovviamente, sono morti   finora.

La maggior parte dei detenuti non è stata sottoposta a procedimento penale; migliaia di loro sono affetti da scabbia, un’infestazione cutanea contagiosa causata da acari che, in alcuni casi, può essere fatale, e non ricevono cure mediche di base né risorse igieniche. Tutti soffrono di malnutrizione e fame di pane e ben presto diventano l’ombra di ciò che erano un tempo. La maggior parte di loro viene regolarmente picchiata fino a sanguinare. Non è forse questa barbarie? Sono queste le azioni di un popolo illuminato? 

E di fronte a tutto ciò, in questa unica democrazia, regnano il silenzio totale e una nauseante apatia sia nel campo politico che cerca di sostituire il governo, sia nella maggior parte dei media. Ci siamo già abituati e l’abbiamo quasi del tutto normalizzato, ma è così che si presenta un paese barbaro. E di certo non ha alcun diritto di dare lezioni a nessun altro paese. 

Persino le strade israeliane sono violente e minacciose, quasi barbariche. Non è così che ci si comporta in un paese civilizzato. Ma tutto questo impallidisce, ovviamente, se paragonato a ciò che è stato fatto nella Striscia di Gaza e successivamente in Cisgiordania, frutto della glorificazione della barbarie israeliana. Lì si tratta già di barbarie praticata da chi è esperto in materia, piuttosto che solo di critiche da intenditori. Gaza è il risultato diretto di una politica barbarica.

Prima di Gaza, era possibile parlare di un’occupazione brutale, ma non ancora di un’occupazione brutale nel senso vero e proprio. È stata Gaza a portare la barbarie. Il fatto che Hamas si sia comportato in modo barbaro il 7 ottobre 2023 ha liberato il genio della barbarie israeliana dalla lampada e gli ha dato un sigillo di approvazione.

Non è necessario ripetere le cifre, che comunque non sono spesso oggetto di discussione in Israele, ma se 1.000 bambini di età inferiore a un anno uccisi da piloti e soldati non sono un segno di barbarie, allora cos’è la barbarie? Se la distruzione da parte di un esercito di oltre l’80 per cento delle strutture in un’enclave densamente popolata non è barbarie, allora la barbarie non esiste.

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Questo è l’esercito di cui il primo ministro si vanta alle Nazioni Unite, sostenendo che combatta per salvare la civiltà globale. Grazie mille, Israele. Il compito di proteggere il mondo va lasciato a paesi ed eserciti un po’ più illuminati e umani.

Cosa gli passava per la testa a Netanyahu quando parlava di barbari? Crede davvero che il massacro del 7 ottobre giustifichi tutto questo? Lui e tanti altri israeliani credono ancora davvero a quella sciocchezza sull’«esercito più morale del mondo»? Come possono? Come può Shikma Bresler, leader delle proteste anti-Netanyahu – che non è certo una seguace di Bezalel Smotrich, ma piuttosto un simbolo dell’Israele illuminato, bello e progressista – continuare a parlare dei «valori delle Idf»? Sarei felice di sentire quali sono, secondo lei, questi valori e che cos’è esattamente la civiltà israeliana, in nome della quale abbiamo ucciso e distrutto metà del mondo per proteggerne l’altra metà”.

Così Gideon Levy. Una voce libera dell’Israele che intende restare umano. 

Come lo è un’altra storica firma di Haaretz, Nehemia Shtrasler che, sempre sul quotidiano progressista di Tel Aviv, firma un articolo volutamente, e intelligentemente, provocatorio sin dal titolo: Perché Netanyahu è la mia “Personalità dell’anno”

Scrive Shtrasler: “Che piaccia o no, il primo ministro Benjamin Netanyahu è la personalità dell’anno. Certo, tutto ciò che ha fatto è stato sbagliato e le conseguenze delle sue azioni sono state terribili, ma è lui la persona che ha esercitato la maggiore influenza sul nostro destino nell’anno ebraico 5787, conclusosi venerdì al tramonto.


Chi avrebbe mai creduto che il suo governo sarebbe sopravvissuto per tre anni dopo il terribile massacro perpetrato da Hamas nel sud di Israele il 7 ottobre 2023? Chi avrebbe previsto che l’uomo principale responsabile di quel massacro si sarebbe candidato nuovamente alla carica di primo ministro? Chi avrebbe immaginato che, dopo tre anni di guerra in cui non è stata ottenuta alcuna vittoria su nessun fronte, sarebbe comunque rimasto il leader indiscusso della destra?
Persino all’interno dei suoi stessi circoli politici non credevano che sarebbe sopravvissuto al massacro. Durante una riunione al Ministero della Difesa in quel sabato nero, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich disse: «Tra altre 48 ore, la gente chiederà le nostre dimissioni a causa di questo fallimento, e avrà ragione». 


Ma l’opposizione non è stata abbastanza accorta da sfruttare l’occasione. E sebbene all’epoca ci fosse anche un tentativo di colpo di stato contro Netanyahu, guidato dal ministro dell’Economia Nir Barkat, esso è stato sventato dai fedelissimi del primo ministro all’interno del partito di governo Likud.

Nei primi giorni dopo il massacro, Netanyahu era inoperoso. Era depresso. Non avviò alcuna iniziativa e il suo umore era disfattista. Ha persino ostacolato un’operazione di terra nella Striscia di Gaza per 20 giorni perché temeva le sue conseguenze. Ma poi si è ripreso e ha elaborato un piano per la propria salvezza personale: in primo luogo, liberarsi di ogni colpa per il 7 ottobre, poi convincere l’opinione pubblica a concedergli un altro mandato.

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Per liberarsi dalle accuse relative al massacro, ha diffamato i vertici dell’esercito e del servizio di sicurezza Shin Bet, il procuratore generale, la Corte Suprema, i manifestanti antigovernativi e l’intera sinistra. Ora sostiene ancora una volta che se solo qualcuno lo avesse svegliato prima dell’alba del 7 ottobre, il massacro sarebbe stato evitato. Che assurdità.


Dopotutto, stiamo parlando del più grande codardo e del peggior procrastinatore del mondo. Anche quando è stato svegliato alle 6:29 del mattino, è rimasto sotto shock. Non ha chiamato il capo di stato maggiore dell’Idf, è arrivato al quartier generale dell’esercito con grande ritardo e poi ha vagato lì intorno sconvolto e confuso. È chiaro che se fosse stato svegliato nel cuore della notte, avrebbe accettato la valutazione dell’esercito secondo cui si trattava di un incidente minore e localizzato e sarebbe tornato a dormire.

Il fatto è che alle 6:40 del mattino del 7 ottobre, quando il suo segretario militare lo informò dell’attacco di Hamas, egli chiese stupito: «Perché stanno sparando?». Semplicemente non credeva che, dopo 10 anni in cui aveva costruito la ridicola tesi secondo cui Hamas fosse stato dissuaso e fosse concentrato sullo sviluppo economico, l’organizzazione avrebbe attaccato. 


Dopotutto, si era assicurato che ricevesse centinaia di milioni di dollari dal Qatar e   aveva persino promesso al suo allora leader a Gaza, Yahya Sinwar, che avrebbe aumentato il numero di abitanti di Gaza autorizzati a lavorare in Israele. Allora perché Hamas era così ingrato? 

Dieci giorni prima del massacro, lo sceicco Mohammed bin Zayed, presidente degli Emirati Arabi Uniti, lo aveva avvertito in una che Hamas stava pianificando una grande offensiva, ma lui non fece nulla. Non trasmise nemmeno l’avvertimento allo Shin Bet e alle forze armate. Netanyahu desiderava così tanto la tranquillità che credeva che, se solo avesse chiuso gli occhi, non sarebbe successo nulla. 

Tre giorni prima dell’attacco, ha ricevuto un altro avvertimento da un alto funzionario dei servizi segreti egiziani. Anche in quel caso, non ha fatto nulla. Di conseguenza, la sua colpa è evidente.
Ora ci sta dicendo che rovescerà il regime iraniano, distruggerà Hezbollah e disarmerà Hamas. Per farlo, vuole un altro mandato. Ma non abbiamo dimenticato ciò che ha fatto finora: un massacro e una guerra senza fine in vista, la perdita della sicurezza personale, violenza dilagante, pogrom in Cisgiordania e Israele che è diventato un paese odiato e boicottato in tutto il mondo. E poi c’è anche il forte aumento dell’emigrazione da Israele, la distruzione della democrazia e il colpo di Stato del governo.


Netanyahu è un enorme fallimento. Non è adatto a ricoprire quella carica. È la persona più spregevole nella storia del popolo ebraico. Non merita di ottenere nemmeno un singolo voto alle prossime elezioni. Come recita il tradizionale augurio di Rosh Hashanah, l’anno vecchio e le sue maledizioni stanno volgendo al termine; che l’anno nuovo e le sue benedizioni abbiano inizio”, conclude Shtrasler.

Ecco spiegato come meglio non si potrebbe il suicidio d’Israele. Con o senza Netanyahu. 

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