Il 27 ottobre a tarda sera sapremo vincitori e vinti delle elezioni in Israele. Una cosa, però, già si può dire, e non è certo una annotazione positiva. Lo diciamo e scriviamo facendo nostro il titolo che Haaretz fa ad un possente j’accuse firmato da David Issacharoffi: Benvenuti alle elezioni più razziste nella storia di Israele
Annota Issacharoff: “Durante il fine settimana, mentre guidavo sull’autostrada centrale di Tel Aviv, ho visto su un cartellone pubblicitario una frase in arabo scritta sia in ebraico che in arabo: “Yalla bara!” – che significa “Vattene!”.
Accanto alla scritta c’era Sami Abu Shehadeh, un leader di un partito arabo che tutti i partiti ebraici della Knesset stanno cercando di squalificare a causa della sua retorica filopalestinese dopo il 7 ottobre. Il cartellone pubblicitario apparteneva all’ultranazionalista Itamar Ben-Gvir, che in fondo all’annuncio si vantava di aver tenuto un politico arabo fuori dal parlamento.
Gridare «Bara!» è un luogo comune antiarabo ben noto in Israele, anche tra i parlamentari di destra della Knesset. Ora è diventato uno slogan elettorale che dà il benvenuto alle elezioni più razziste che Israele abbia mai visto.
Il cartellone ha coronato una settimana di successi per il razzismo. La Commissione elettorale centrale israeliana, dominata dalla coalizione del primo ministro Benjamin Netanyahu, ha votato per escludere tutti i partiti arabi dalla corsa elettorale; spetterà ora alla Corte Suprema decidere se confermare tale decisione.
A solo un mese dal voto degli israeliani, è l’etnia a dettare le regole. I candidati e i leader di partito dell’intero blocco filo-Netanyahu che hanno incitato all’«annientamento totale» e hanno apertamente invocato uccisioni di massa di civili a Gaza sono benvenuti nelle liste elettorali. Ma i candidati arabi che hanno condannato con forza sia gli eventi del 7 ottobre sia Hamas hanno bisogno del permesso dei giudici per figurarvi.
Non attribuite però il merito a Ben-Gvir. È la campagna di Netanyahu che alimenta freneticamente questo mix di razzismo antiarabo e islamofobia. Il suo messaggio elettorale centrale: «Gadi Eisenkot formerà un governo con i partiti arabi».
Netanyahu ha rincarato la dose domenica, diffondendo un video generato dall’intelligenza artificiale che raffigura una riunione di governo con Eisenkot, i suoi alleati ebrei e Mansour Abbas. Mentre i politici ebrei siedono attorno al tavolo, il leader arabo, ovviamente, ha i piedi appoggiati sul tavolo e fuma un narghilè. Il segretario chiede di votare su un’offensiva delle Forze di Difesa Israeliane (Idf) in Cisgiordania e sulla giudaizzazione del nord e del sud di Israele. Abbas, avvolto dal fumo, pone il veto. Ciò riecheggia una logica familiare alle caricature antisemite: uno stereotipo etnico che esercita potere sulla nazione.
I fatti non sono mai contati così poco. Il partito di Abbas, la Lista Araba Unita (UAL), ha fatto parte della coalizione Bennett-Lapid quando l’espansione degli insediamenti è proseguita e Israele ha condotto operazioni militari a Gaza nell’agosto 2022. Il partito ha accantonato qualsiasi agenda nazionale palestinese e si è impegnato a concentrarsi esclusivamente su questioni civili, come i tassi di omicidio in forte aumento nella propria comunità.
Ma Eisenkot? Lui accetta la premessa a braccia aperte. L’accusa di Netanyahu diventa il suo impegno. Sabato sera, ha ribadito che la Lista Unita Araba non avrebbe fatto parte del suo governo.
I rivali ebrei di Netanyahu lo hanno affermato chiaramente sabato sera, quando tutti e cinque gli uomini si sono riuniti per coordinare i loro sforzi elettorali e garantire che il loro blocco rimanesse esclusivamente ebraico. Accettando le sue regole etniche del gioco, condividono la responsabilità con Netanyahu. Il primo ministro avrà anche alimentato questo razzismo, ma ora esso prospera nell’ecosistema politico che lui stesso ha creato. Sostituirlo non basterà a sanare questo Paese.
Yair Golan, il “sinistrista” del blocco ebraico anti-Bibi, domenica mattina ha fatto la cosa giusta, affermando di ritenere che gli arabi debbano avere un ruolo nel governo. Ma ha dovuto chiarire subito dopo che parlava solo a titolo personale e che quella non era la posizione dei suoi alleati.
Queste elezioni segnano una svolta drammatica nel percorso del Paese verso la trasformazione in uno Stato etnico, una traiettoria evidente nelle parole e nelle malefatte del suo sistema politico dominante. Il razzismo sancito dallo Stato in Israele non è una novità, ma non è mai stato espresso in modo così palese dai leader del Paese né accettato dai loro rivali. La richiesta che gli arabi «se ne vadano» si ferma alle porte della Knesset – per ora”, conclude Issacharoff.
Un altro passo verso l’etnocrazia. Un passo verso il baratro.
Un passo che chiama in causa i “centristi”. Di questo scrive, con la consueta profondità analitica e chiarezza espositiva, Noa Landau, firma del quotidiano progressista di Tel Aviv, in un report titolato: Un quinto degli israeliani è escluso dalle elezioni, ma il centro politico israeliano se ne infischia
Argomenta Landau: “L’esclusione di tutti i partiti arabi dalla scena politica israeliana avrebbe dovuto provocare un vero e proprio terremoto nell’opinione pubblica. Non si tratta di un singolo candidato le cui dichiarazioni siano state analizzate minuziosamente – come nel caso del leader di Balad, Sami Abu Shehadeh, escluso a causa di un articolo scritto il giorno dopo il 7 ottobre – ma di tutti i partiti arabi, senza eccezioni.
Eppure, la decisione è stata approvata dalla Commissione elettorale centrale la scorsa settimana senza suscitare un clamore neanche lontanamente proporzionato a un evento di tale portata. Per la maggior parte degli israeliani, la spiegazione è semplice: tutti danno per scontato che l’Alta Corte di Giustizia la ribalterà.
Tale presupposto ha un fondamento, ovviamente. Per anni, la Corte Suprema ha fissato i criteri per l’esclusione di liste e candidati, confermando o annullando le decisioni politiche della commissione elettorale – un organo che rappresenta la Knesset uscente e i suoi interessi. Ciononostante, qualcosa è cambiato e si è irrigidito all’interno della commissione stessa in quanto organo politico, così come nel resto del dibattito politico israeliano. Nel 2015 e nel 2019, quando Benjamin Netanyahu cercò di squalificare l’intera Lista Comune, la sua richiesta fu respinta. Con una maggioranza risicata, è vero, ma fu respinta.
L’attuale decisione della commissione, al contrario, cancellerebbe del tutto la rappresentanza araba. È difficile sopravvalutare la gravità di tale esito. Non si tratta della squalifica di un candidato per una singola dichiarazione, né tantomeno di un partito. Si tratta della revoca del diritto alla rappresentanza di circa un quinto dei cittadini del Paese.
Non si tratta più di una controversia sui limiti della Sezione 7A della Legge fondamentale: La Knesset (la disposizione che consente l’esclusione di partiti e candidati), ma di una condizione fondamentale per lo svolgimento di elezioni democratiche: la capacità di una minoranza di parteciparvi attraverso i partiti che cercano di rappresentarla. A questo punto, non c’è modo di spaccare il capello in quattro e definire il regime israeliano una democrazia – né dal punto di vista sostanziale, né procedurale, né in alcun senso.
La decisione della commissione riflette effettivamente la composizione della Knesset più estrema nella storia del Paese. Ma uno sguardo alle reazioni provenienti da tutto lo spettro politico mostra che essa riflette anche lo stato d’animo generale che la rende possibile: un quinto dei cittadini del Paese viene escluso con una mossa palesemente antidemocratica – e il centro israeliano si limita a sbadigliare. Invece di trasformare l’esclusione dei cittadini arabi in un momento politico determinante, la maggior parte di quel campo che si definisce “democratico” sta reagendo con un’alzata di spalle assonnata, come se si trattasse di una decisione temporanea che la Corte sistemerà comunque.
È una comoda divisione dei compiti: la maggior parte dei politici ebrei può mantenere le distanze dalla disputa sulla legittimità dei partiti arabi e strizzare l’occhio alla destra, mentre l’Alta Corte risolve la questione. In altre parole, il centro israeliano ha escogitato un espediente ingegnoso: sarà la destra a occuparsene, mentre l’Alta Corte sarà democratica.
È molto probabile che anche questa volta l’Alta Corte annulli la maggior parte delle esclusioni e che i partiti arabi si presentino alle elezioni. Forse qualcuno verrà escluso a titolo individuale. In questo modo potremo continuare a dirci democratici, anche se l’idea di escludere tutti i cittadini arabi è passata da una posizione marginale a una decisione che viene approvata dalla commissione elettorale senza provocare alcun vero sconvolgimento.
Ciò che l’opinione pubblica ritiene accettabile e ciò che la legge consente non sono due cose separate. La Corte opera all’interno di un sistema politico in cui i concetti di ciò che è considerato legittimo sono in continua evoluzione. Non c’è motivo di supporre che il sistema giuridico israeliano rimarrà per sempre immune a un cambiamento profondo e duraturo nel discorso politico che lo circonda. Il centro conta sulla Corte per bloccare una mossa che non è più disposto a contrastare nell’arena politica”.
Così Landau. Il “centro”, una sorta di destra “light”. In Israele, e pure a casa nostra.
Argomenti: israele
