Che democrazia è quella che discrimina, mortifica, mette ai margini, degrada a cittadini di serie b 1,2 milioni di persone, gli arabi israeliani? E che democrazia è quella in cui chi governa pretenderebbe di escludere dalle elezioni i partiti che di quella comunità sono gran parte della rappresentanza?
A offrire una risposta, con la nettezza che lo connota da sempre, è Gideon Levy, in un pezzo su Haaretz dal titolo: Israele ha criminalizzato il pensiero politico arabo, per la gioia dei suoi terroristi ebrei
Annota Levy: “Venerdì il mio cellulare ha emesso un segnale acustico: un messaggio registrato di Itamar Ben-Gvir sulla sua vittoria alla Corte Suprema. Aveva promesso “Bara, bara” (“Vattene!” in gergo arabo) a Sami Abu Shehadeh – e ha mantenuto la promessa. Era abbastanza per far impazzire chiunque: un ministro razzista e kahanista, condannato per sostegno al terrorismo, che si vanta dei crimini di guerra che ordina nelle prigioni israeliane, incita alla commissione di crimini contro l’umanità e festeggia la sua vittoria.
Lo fa sui gradini della Corte Suprema. Accanto a lui c’è Ze’ev Wolf, un avvocato che, insieme ad altri membri dell’«Unità di rappresaglia» del movimento Kach, nel 1992 lanciò una granata a mano contro una folla nel quartiere musulmano della Città Vecchia di Gerusalemme, uccidendo un anziano palestinese e ferendone diversi altri. Il sostenitore del terrorismo e l’assassino hanno sconfitto un uomo che non ha mai fatto del male a una mosca, né a una mosca ebrea né a una palestinese.
L’assassino è diventato avvocato, il sostenitore del terrorismo un ministro del governo – e Abu Shehadeh è stato costretto a ritirarsi dalle elezioni per la Knesset dopo che i giudici hanno annunciato che c’era una maggioranza a favore della sua squalifica. Un uomo malvagio prospera, perché è ebreo; un uomo giusto soffre, perché è palestinese. Potrebbe esserci qualcosa di più surreale di ex detenuti che sconfiggono un uomo innocente presso l’Alta Corte di Giustizia, e tutto a causa di un articolo di opinione?
La sorte era ormai segnata quando un collegio di nove giudici ha dichiarato che la maggioranza avrebbe votato per l’esclusione di Abu Shehadeh. Questo è il ritratto morale della Corte Suprema nella sua attuale composizione, quella la cui indipendenza il “blocco del cambiamento” è sceso in piazza per difendere. È questa la corte che avete difeso? Che vergogna.
Sono finiti i tempi in cui l’ex presidente della Commissione elettorale centrale, il giudice Mishael Cheshin, si oppose alla squalifica di Azmi Bishara per accuse ben più gravi di quelle mosse contro Abu Shehadeh. «La tua affiliazione a Hezbollah mi infastidisce e mi indigna», disse Cheshin, aggiungendo: «ma la democrazia israeliana è forte e può tollerare eccezioni come Bishara».
Mezzo secolo dopo, la democrazia israeliana si è indebolita, la sua Corte Suprema si è indebolita, Abu Shehadeh è stato squalificato e Ben-Gvir sta vincendo.
L’udienza sull’esclusione di tutti i partiti è durata nove ore, di cui tre dedicate ad Abu Shehadeh. Pura follia. Ben-Gvir, nei panni di Gideon Hausner, insinua che Abu Shehadeh sia Adolf Eichmann: «Quando mi trovo qui davanti a voi, non sono solo. Con me ci sono le 1.163 persone che sono state trucidate in questo massacro». Le 1.163 vittime hanno forse autorizzato Ben-Gvir a parlare a loro nome? Eichmann? Davvero?
È così iniziata l’umiliante udienza di Abu Shehadeh, che ricordava una commissione di epurazione stalinista. Gli illustri giudici hanno cercato di sondare i suoi pensieri più intimi. Non lo farebbero mai con un ebreo: «Volevi davvero uccidere 1.000 bambini?».
Nessuno di loro ha osato guardare al quadro più ampio, in cui individui che incitano al genocidio, alla pulizia e alla fame di massa sono idonei a candidarsi, mentre un candidato che è un sostenitore della pace e dell’uguaglianza viene squalificato.
La giudice Daphne Barak-Erez ha voluto sapere se il signore si fosse pentito delle sue dichiarazioni, anche se aveva già espresso rimorso, come se questo potesse aiutarlo; Il giudice Alex Stein ha chiesto di vedere «un solo saggio in inglese» in cui Abu Shehadeh definisse Hamas un’organizzazione terroristica. E se quel saggio redentore fosse stato trovato, Stein avrebbe votato contro la squalifica? Ma state scherzando. Hamas è un’organizzazione terroristica? Stein lo ha interrogato nel modo in cui viene interrogato qualsiasi arabo: se risponde di sì, dicono che non lo pensa davvero; se risponde di no, o cerca di eludere la domanda, è un terrorista.
La Corte Suprema del Pensiero voleva sapere cosa intendesse dire, ma Abu Shehadeh e il suo avvocato, Hassan Jabareen, non hanno mai avuto alcuna possibilità. La corte è stata costretta a offrire la sua libbra di carne allo spirito del tempo, al fascismo israeliano e al governo. Dopotutto, persino la principessa della giustizia israeliana, il procuratore generale, era a favore della squalifica.
L’imputato ha ceduto, quindi non sapremo mai se a Sodoma ci fosse un uomo giusto. Ma lo spirito che soffiava in aula era chiaro: un’esclusione ebraica e democratica, nella migliore tradizione della mendacità sionista. D’ora in poi, i palestinesi israeliani potranno pensare ed esprimersi solo entro gli stretti confini stabiliti per loro dal faro della giustizia, la cui luce si è spenta da tempo”.
Così Levy. Se questa è una democrazia…
Un appello accorato
È quello lanciato, sempre dalle pagine del quotidiano progressiste di Tel Aviv, da Anat Kamm: Miei fratelli e sorelle arabi, andate a votare
Argomenta Kamm: “Il giornalista di Haaretz Jack Khoury ha riferito giovedì che i leader dei partiti arabi intendono invitare i propri potenziali elettori a non boicottare le prossime elezioni, ma ad andare a votare, nonostante la prevista esclusione di Sami Abu Shehadeh dalla Lista Araba Unita e nonostante l’esclusione da parte della Commissione Elettorale Centrale delle altre liste arabe (che dovrebbe essere annullata dalla Corte Suprema). Anche se dovessimo liquidare il loro appello come il cinismo di candidati alla Knesset in cerca di voti, si tratta di un appello più importante che mai, e io, donna ebrea sionista, vorrei anch’io unirmi a esso.
La delusione dei cittadini arabi nei confronti dell’establishment politico è comprensibile. Una delle argomentazioni più comuni e giustificate in questo contesto proviene da Ayman Odeh, il quale, in qualità di presidente della potente Lista Unitaria nel 2019, raccomandò Benny Gantz come primo ministro con una mossa coraggiosa – la prima del genere dal 1992. Sappiamo cosa ha fatto Gantz con quelle raccomandazioni: ha dato al primo ministro Benjamin Netanyahu il suo pieno sostegno, e non era la prima volta. Da allora Odeh ha parlato ripetutamente della delusione che ciò gli ha causato, e a ragione. Ma cosa pensate: che gli elettori di Gantz non siano rimasti delusi da lui? Che l’opinione pubblica israeliana non si sia sentita tradita da qualcuno che ha sottratto seggi alla Knesset sulla base della promessa e della presunzione di sostituire Netanyahu, solo per consegnarglieli su un piatto d’argento insieme ad altri anni al potere?
Gantz ha ricevuto la sua punizione dall’universo, e noi, temprati dalla delusione e dall’esperienza, non ripeteremo quell’errore. Eppure, da allora non abbiamo boicottato nessuna elezione. Se tutti coloro che sono rimasti delusi dal tradimento di Gantz avessero smesso di votare, oggi Netanyahu avrebbe 80 seggi, ammesso che si stessero ancora contando i voti e che la Knesset esistesse ancora.
Gadi Eisenkot sa di non avere alcun mandato per entrare in un governo con Netanyahu, a prescindere da tutto. Lo stesso vale per Naftali Bennett e Yair Lapid. Avigdor Liberman è un razzista che odia gli arabi e lo è sempre stato; quindi, non ci si può aspettare nulla da lui; ma è proprio per questo che nella prossima Knesset dovrà essere controbilanciato da un gran numero di deputati arabi.
Il giornalista Mohammad Magadli ha pubblicato i risultati di un sondaggio condotto la scorsa settimana tra l’opinione pubblica araba da Statnet, secondo cui l’affluenza prevista cala di oltre il 3 per cento a seguito dell’esclusione dei partiti. Dal rapporto non è chiaro se si tratti del 3 per cento o di tre punti percentuali, ma in entrambi i casi è un rischio che non si può correre. Il sentimento prevalente nelle precedenti elezioni era: «Non vi salveremo da voi stessi; se gli ebrei vogliono [il ministro della Sicurezza nazionale Itamar] Ben-Gvir, si meritano Ben-Gvir». Quanti altri cadaveri di cittadini arabi dovranno essere contati perché decidiate che abbiamo pagato abbastanza?
Si può giustamente sostenere che la perdita di fiducia dell’opinione pubblica araba nelle elezioni e nell’establishment politico derivi anche dai propri deputati, da coloro che si aggrappano ai propri seggi e da coloro che hanno preso decisioni sbagliate e che il meccanismo di partito rende molto difficile sostituire. È difficile contestare questa affermazione, ma l’alternativa è comunque ben peggiore. Gli avvertimenti prima delle elezioni del 2022 sono caduti nel vuoto: troppi elettori arabi pensavano che tutti i sionisti fossero uguali e si chiedevano cosa potesse esserci di peggio di un governo guidato da un ex presidente del Consiglio Yesha. Gli ultimi quattro anni hanno dato una risposta chiara a questa domanda.
Miei fratelli arabi. Non mi state punendo se non votate, e non mi state facendo un favore se lo fate. Siete cittadini di questo Paese, e il vostro voto alle urne vale tanto quanto il mio. Anzi, dovremmo dire che vale ancora tanto quanto il mio, perché un altro governo come quello attuale potrebbe cambiare le cose, e il potere di impedirlo è nelle vostre mani. Vi trovate di fronte a una scelta tra la continuazione della follia o il ritorno alla ragione. Per favore, andate a votare. Non per me, non per voi. Per noi e per il nostro futuro comune”, conclude Anat Kamm.
Vi confesso che se fossi un palestinese israeliano sarei tormentato per la scelta da compiere. Votare è un esercizio di democrazia. Ma vale ancora quando questa democrazia ti umilia e decide, nella quasi totalità dei partiti, che con te, con i partiti che ti rappresentano non vorranno mai avere a che fare? Ma se decido di non partecipare, finisco per darla vinta ai fascisti di Ben-Gvir, Smotrich e compagnia brutta. No, non è una scelta facile.
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