La Bosnia profuma di pane, dove la memoria della guerra non smette di fare rumore
Top

La Bosnia profuma di pane, dove la memoria della guerra non smette di fare rumore

La Bosnia profuma di pane (Bottega Errante Edizioni, traduzione di Marijana Pulijć, pagg 285, euro 19), ultima fatica di Ivica Đikić, scrittore e giornalista di Tomislavgrad (come oggi si chiama Duvno, l’antica Delminio), Bosnia-Erzegovina.

La Bosnia profuma di pane, dove la memoria della guerra non smette di fare rumore
Ivica Đikić
Preroll

globalist Modifica articolo

4 Ottobre 2026 - 16.56


ATF


di Rock Reynolds

Duvno, Bosnia ed Erzegovina, sul confine con la Croazia, quasi mille metri sul livello del mare. È il regno del vento: la bora, forte e pungente, e lo scirocco, fiacco e carico di umidità. Eppure, da qualche tempo, «il vento ha smesso di spirare… e il vento è il presupposto per sognare la felicità». Soprattutto da quando l’amministrazione locale ha deciso di investire il proprio futuro e parecchio denaro pubblico su un gran numero di pale eoliche installate tutt’intorno alla cittadina. Non senza, si mormora, che il sindaco e il frate guardiano del convento abbiano intascato laute bustarelle. Ne va del buon nome di entrambi e, ovviamente, della reputazione del comune e della Chiesa. Perché «la provvigione andava riscossa, era la regola e deviare dalla regola portava all’errore e attirava la sventura». Quindi, «anche i più scettici sperano comunque che il vento squarci presto la cortina invisibile che è calata intorno a Duvno».

Puntare tutto sull’energia eolica, dunque rinnovabile, è un modo per garantire la continuità della comunità locale nel tempo e per impedire che un numero crescente di persone, soprattutto i più giovani, se ne vadano altrove in cerca di quella fortuna che Duvno non saprebbe garantire.

Il frate guardiano e il sindaco hanno stretto un patto che di mistico pare avere ben poco e che, piuttosto, sembra essere stato suggellato dai malefici offici di Satana: soldi e potere, nonché l’ennesima presa per i fondelli nei confronti di una cittadinanza sempre meno incline a credere alle baggianate dei religiosi e alle vuote promesse degli amministratori locali.

Ma le cose non sono mai così facili. Non lo sono nella vita e, certo, non possono esserlo in un romanzo che aspiri a intrattenere il lettore, a emozionarlo e a regalargli qualche ora di svago e suspense. Uniti a una lucida lettura della storia del luogo, su cui aleggia lo spettro di una guerra ormai lontana, – quella dei Balcani – ma che continua a riflettersi sulle sorti dei protagonisti, e a un manipolo di personaggi grotteschi e al tempo stesso credibilissimi, sono i tratti vincenti de La Bosnia profuma di pane (Bottega Errante Edizioni, traduzione di Marijana Pulijć, pagg 285, euro 19), ultima fatica di Ivica Đikić, scrittore e giornalista di Tomislavgrad (come oggi si chiama Duvno, l’antica Delminio), Bosnia-Erzegovina.

Leggi anche:  "Il bianco e il nero", l'ultimo libro di Ranucci

In fondo, per scrivere un bel romanzo non serve tanto, dice qualcuno: le storie si assomigliano tutte e basta tenere la penna saldamente tra le mani e collegarla al cervello e al cuore. E non c’è bisogno di scervellarsi per trovare quella giusta: ce l’abbiamo nella nostra memoria e davanti agli occhi, ogni giorno.

Quello dello straniero che giunge in paese, scatenando, più o meno deliberatamente, una serie di eventi drammatici da cui la realtà locale uscirà cambiata per sempre è uno dei topos più classici dell’arte della narrazione. Dalle Baccanti di Euripide all’Odissea di Omero, da Shakespeare a Camus, per arrivare a una delle storie western per eccellenza, Il cavaliere della valle solitaria (quante parole per un libro e poi un film che, semplicemente, in origine si intitolavano Shane), la lista è interminabile. Nel caso de La Bosnia profuma di pane, addirittura di stranieri in paese ne giungono ben due. Tecnicamente, non sono nemmeno due veri stranieri perché Džop, l’autentico protagonista del romanzo, fa ritorno a Duvno senza squilli di tromba dopo un’assenza di quasi trent’anni, mentre Jelena, figlia di un cittadino illustre di Duvno assassinato in Germania subito dopo averla concepita insieme a sua madre, fa visita per la prima volta al borgo natio del padre, in concomitanza con l’arrivo di Džop. Quest’ultimo ha un passato burrascoso, con un esilio autoimposto in Germania e l’abbandono insensato della promessa sposa per gettarsi tra le braccia di una cantante da nightclub, per giunta serba, e per lavorare con il padre della ragazza, un poco di buono a capo di una banda di scassinatori di appartamenti. Non mancano, naturalmente, un arresto e una lunga condanna al carcere durante la quale impara a fare il pane. Ed è con l’intenzione improbabile di aprire un panificio – chi vorrà mai comprare il pane da un delinquentello che ha tradito la patria? – che Džop torna al paese. Perché, se la gente capisse che lui sa fare anche cose buone, forse gli garantirebbe una possibilità di riscatto. E per questo chiede aiuto a Nada, l’ex-fidanzata lasciata per la cantante serba, e a Ilija, suo attuale marito nonché suo ex-migliore amico. Džop sa di essere la pecora nera di Duvno e non se ne cura particolarmente, non avendo granché da perdere. Jelena, viceversa, vuole raddrizzare i torti della storia e restituire dignità e giustizia al padre, morto quando lei era ancora nel grembo materno e tacciato di collaborazionismo con i servizi segreti della ex-Jugoslavia. Ma le ritrosie sono tante e la paura che le sue domande stravolgano il quieto vivere rischiano di vanificare i suoi sforzi. Anche perché segreti inconfessabili e rancori radicati intorbidiscono l’aria più ancora dei capricci di un vento che non ne vuole sapere di tornare a baciare Duvno.

Leggi anche:  Irlanda, tra le ferite dei Troubles e il ritorno degli orangisti: un romanzo racconta un Paese oltre la guerra civile

Inutile, anzi controproducente aggiungere dettagli che il lettore scoprirà con gusto, sfogliando le pagine di questo splendido romanzo, una storia di paese in cui gli individui vanno a comporre un vivace arazzo corale.

La guerra non guarda in faccia nessuno e i secoli di convivenza più o meno civile e armoniosa tra i diversi gruppi etnico-religiosi in questa terra di confine fanno il resto: c’è chi ha scavallato il servizio militare grazie all’intervento di un genitore influente, mentre la guerra infuriava in tutti i Balcani; chi non si è presentato per i postumi dell’ennesima sbornia al punto di ritrovo dei commilitoni, finendo per essere ritenuto responsabile della morte del fratello che, viceversa, va a combattere al suo posto; chi cerca redenzione e chi verità. E, ovviamente, ci sono i Balcani, con la propria inconfondibile tavolozza di colori, suoni, aromi, etnie, religioni e convinzioni politiche.

Ivica Đikić è un narratore di razza e questo suo ultimo romanzo ha il passo dei classici. Non ci sarebbe da stupirsi se, tra qualche anno, figurasse nelle librerie di mezzo mondo al fianco di quelli che, sì, lo status di classico se lo sono guadagnato da parecchio tempo: su tutti, Ivo Andric, Meša Selimović e Miroslav Krleža, grandi autori del Novecento della ex-Jugoslavia.

Native

Articoli correlati