Elsinore, Simon Stone: «Difficile finanziare un film gay che parla di morte»
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Elsinore, Simon Stone: «Difficile finanziare un film gay che parla di morte»

Alla Festa del Cinema di Roma il film con Andrew Scott sulla storia vera di Ian Charleson, l'attore che interpretò Amleto mentre stava morendo di AIDS. Il regista racconta i pregiudizi dell'industria cinematografica e la libertà del teatro

Simon Stone - Elisnor - red carpet - Festa del cinema di Roma - di Alessia de Antoniis
Il regista Simon Stone sul carpet della Festa del cinema di Roma per il suo film Elsinor
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Alessia de Antoniis Modifica articolo

14 Ottobre 2026 - 23.20


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«Nessuno degli attori a cui è stato proposto di partecipare a Elsinore ha detto di no. È la prima volta che succede nella mia carriera», racconta Simon Stone alla Festa del Cinema di Roma.

Il problema è stato trovare i finanziamenti. «È stato molto difficile riuscire a realizzarlo perché è una storia gay e parla di morte». I finanziatori temevano che il pubblico non avrebbe comprato i biglietti. «Ho molta più fiducia nel pubblico di quanta ne abbiano questi contabili».

Eppure Elsinore, prodotto da Andrea Occhipinti con Lucky Red, è soprattutto una storia di vita. Quella di Ian Charleson, attore scozzese conosciuto dal grande pubblico per Momenti di gloria, che nel 1989, già gravemente malato di AIDS, sostituì Daniel Day-Lewis nel ruolo di Amleto al National Theatre di Londra. Ian morì a quarant’anni, sette settimane dopo essere andato in scena, lasciando una delle interpretazioni più celebrate della sua generazione.

A interpretarlo è Andrew Scott, capace di tenere insieme l’ironia, la fragilità fisica, la paura e l’ostinazione di un uomo che non vuole rinunciare al palcoscenico. Al suo fianco Olivia Colman interpreta Margaret Johnson, la dottoressa che lo accompagna durante la malattia.

Il cinema che mette sotto accusa se stesso

Nel film Charleson osserva che, in teatro, a nessuno importa se è gay, ma lui vuole fare cinema.

È una delle contraddizioni più interessanti di Elsinore: Stone sceglie il cinema per raccontare la libertà che Charleson trovava in teatro e che l’industria cinematografica rischiava di negargli. Il National Theatre poteva offrirgli uno spazio nel quale la sua omosessualità non comprometteva il lavoro; il cinema continuava a misurare anche la vita privata degli interpreti in termini di spendibilità commerciale.

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Stone ricorda che il cinema è stato storicamente un luogo di identificazione e aspirazione, nel quale gli spettatori cercavano se stessi oppure qualcuno che desideravano essere. «Per molto tempo l’idea di essere gay è stata un ostacolo. Il mondo è cambiato, grazie a Dio», osserva Stone. E ironizza sui pregiudizi dell’industria: «Ci sono molti uomini eterosessuali che hanno una cotta per un uomo gay. E ci sono donne innamorate di Brad Pitt. Ma non è che possiate andare a letto con Brad Pitt: il fatto che sia gay o meno non cambia le vostre possibilità»

Il teatro, aggiunge, dispone generalmente di budget inferiori e può quindi permettersi una maggiore libertà di rischio.

Il cortocircuito è evidente: Charleson desiderava fare cinema, ma la sua omosessualità poteva rappresentare un ostacolo. Decenni dopo, Stone fatica a finanziare un film sulla sua vita proprio perché racconta una storia gay. Il cinema sembra ancora diffidare di un pubblico che, secondo il regista, è già cambiato.

Andrew Scott, un attore dentro un altro attore

Il metodo di lavoro scelto da Stone per Andrew Scott nasce dall’esperienza teatrale, ma utilizza la macchina da presa in modo quasi documentaristico.

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Il direttore della fotografia Mike Eley, con un passato nella fotografia di guerra, ha seguito gli attori adattando continuamente la posizione della macchina da presa, senza imporre movimenti o inquadrature prestabiliti.

«Andrew poteva fare quello che voleva. Ero io a muovere il mondo intorno a lui – spiega Stone – Non sapeva se stavamo facendo un primo piano o un campo largo».

Ma la sfida di Scott è ancora più complessa: interpreta Ian Charleson mentre interpreta Amleto. Una sorta di matrioska attoriale, resa ancora più sottile dal fatto che Scott aveva già vestito i panni del principe di Danimarca a teatro.

Eppure l’Amleto che vediamo in Elsinore non può essere semplicemente il suo: è quello di Charleson, un uomo che porta sul palcoscenico la consapevolezza della propria fine. La morte non è soltanto il destino del personaggio shakespeariano, ma una realtà che attraversa il corpo dell’attore che lo interpreta.

Morire di Amleto, non di AIDS

Il montaggio di Valerio Bonelli diventa determinante nella parte conclusiva, quando le prove di Amleto, il palcoscenico e gli ultimi momenti di vita di Charleson finiscono per sovrapporsi.

Stone racconta che le sequenze più serrate nascono soprattutto da sue indicazioni, mentre riconosce a Bonelli la capacità di lasciare respirare le inquadrature e concedere tempo agli attori.

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«Ian si era esercitato a morire interpretando Amleto», osserva Stone. E quando ci si esercita in qualcosa, aggiunge, si può arrivare più preparati ad affrontarla.

Nel film Charleson pronuncia una battuta che racchiude questo rapporto tra arte e destino: meglio morire di Amleto che di AIDS.

Stone insiste sul carattere liberatorio del teatro, dove «Alla fine di una rappresentazione teatrale tutti i cadaveri si alzano, si inchinano, sorridono e ringraziano il pubblico. Questo ci ha permesso di riportare Ian in vita, molte volte. Morire e rinascere, morire e rinascere». È il principio dell’eterno ritorno che il regista dice di aver preso in prestito dal teatro attraverso il montaggio. Il cinema può così restituire a Charleson qualcosa che la vita gli ha negato: la possibilità di morire e tornare in scena, ancora una volta.

La memoria di Ian Charleson

La sceneggiatura di Stephen Beresford è stata costruita attraverso testimonianze, documenti e il confronto con persone realmente coinvolte nella vicenda.

Alcuni costumi sono gli stessi indossati da Charleson sul palcoscenico. Tra gli interpreti e le comparse figurano persone che lo avevano conosciuto.

«Chi arriva qui vuole vivere», si sente dire Charleson in clinica. Ma per lui vivere significa salire su un palcoscenico. E così, mentre il cinema racconta la sua morte, è il teatro a restituirgli la vita.

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