di Dario Spagnuolo
Il nuovo sistema elettorale, il Melonellum, che trasforma maggioranze relative in assolute, eliminando di fatto ogni tipo di opposizione esterna e interna, garantisce stabilità ad un governo che però perde ogni caratteristica democratica. La democrazia si basa sulla tutela delle minoranze e sulla possibilità di esprimere dissenso. Il premio di maggioranza, invece, consente l’ingresso in parlamento di una schiera di “fedelissimi”, mentre la probabilità che varchino la soglia di Palazzo Madama o di Montecitorio candidati votati dagli elettori diviene quasi teorica.
Anche il numero di elettori è leggermente ridimensionato, dato che potranno votare gli studenti fuori sede, ma solo se domiciliati da almeno 9 mesi. Costituire nuovi partiti, poi, diviene un’impresa. Per partecipare alla giostra elettorale, infatti, non bastano più 1.500 firme ma ne occorrono 6.000: scompare così anche l’ipotesi che possa nascere una qualche opposizione e si consuma definitivamente il divorzio tra elettori ed eletti.
Con il Melonellum ha preso avvio anche la campagna elettorale, con il centrodestra che ha immediatamente rivendicato la restituzione di 21 miliardi agli italiani avvenuta attraverso una riduzione delle tasse.
In realtà, la situazione è molto differente da quanto reclamizzato. Forse qualche italiano ha risparmiato ma, complessivamente, la condizione del paese è notevolmente peggiorata.
Dal punto di vista fiscale, l’imposizione complessiva ha raggiunto il 43,5% conquistando il secondo posto (dietro solo al Governo Monti) nella graduatoria dell’imposizione fiscale più elevata nella storia dell’Italia repubblicana. Infatti, sono aumentate la cedolare secca, le imposte su pannolini e assorbenti e sono state inserite una serie di imposte camuffate, come l’obbligo per le aziende di sottoscrivere una polizza catastrofale. Di fatto, il governo è intervenuto sulle imposte dirette come l’IRPEF, che gravano sul reddito delle persone, modificando le aliquote e avvantaggiando i redditi più elevati. Ha però aumentato le imposte indirette, quelle che gravano sui consumatori. In questa maniera ha alimentato l’inflazione, danneggiando i redditi fissi, e aumentato il divario tra ricchi e poveri.
Sempre per quanto riguarda il fisco, il Governo Meloni ha beneficiato del fiscal drag. L’aumento dei salari, infatti, non si è tradotto in un aumento del potere di acquisto. In termini reali, anzi, dal 2021 ad oggi l’Istat ha stimato una perdita di potere di acquisto superiore al 9%, con picchi massimi nei servizi privati e nella pubblica amministrazione. Gli aumenti, tuttavia, hanno spinto i percettori di salario in scaglioni contributivi più elevati, facendo lievitare le aliquote contributive. Di fatto, mentre gli italiani hanno guadagnato meno, lo Stato ha incassato di più.
In questo contesto drammatico, sono mancati gli interventi del Governo. Clamoroso, in particolare, il non mettere mano alle accise sui carburanti. Il provvedimento era stato ventilato più volte in campagna elettorale dalla stessa Giorgia Meloni. Basti pensare che, ogni mille litri di benzina o gasolio allo Stato vanno € 672,90: circa un quarto della spesa complessiva.
La grande occasione mancata è stata quella dei Fondi PNRR, conquistati dal Governo Conte ma lasciati in eredità alla coalizione guidata da Fratelli d’Italia. Si tratta di poco più di 194 Mld di euro erogati all’Italia dall’Unione europea, di cui 71 Mld a fondo perduto. A giugno scorso, l’Italia ha incassato la nona e penultima tranche.
Tra il 2021 e il 2024, la gestione dei Fondi PNRR ha fatto capo a Raffaele Fitto, ministro per gli Affari Europei e il PNRR del governo Meloni fino a quando non è divenuto vicepresidente esecutivo della Commissione Europea. La stessa UE ha mosso numerose critiche all’Italia per il rapporto costi/benefici nell’impiego del PNRR. Nato come risposta all’emergenza pandemica, il PNRR in Italia non è stato utilizzato né per rafforzare l’autonomia energetica, né il sistema sanitario. Le spese sono procedute a rilento, condizionate anche dalla diseguale distribuzione delle risorse alla scala regionale. Nel Mezzogiorno, dove la carenza di personale negli enti locali è cronica, la spesa dei Fondi PNRR è andata a passo di lumaca. Come non bastasse, l’Italia ha di gran lunga il record delle indagini in corso da parte della Procura Europea per distrazione e malversazione dei fondi.
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, insomma, è stato un’occasione mancata che ha solamente aggravato il debito del Paese. La massiccia iniezione di capitale ha sostenuto la crescita economica in maniera keynesiana, riverberandosi sulla spesa complessiva ma anche alimentando fiammate inflazionistiche, senza portare alcun cambiamento sostanziale in un apparato economico che fonda la sua competitività sulla compressione del costo del lavoro e non su innovazione e qualità. La conseguenza è la fuga dei cervelli, con i giovani più istruiti che si recano all’estero, e una modesta capacità attrattiva di manodopera con un grado di qualificazione medio o basso.
Il moltiplicarsi dei conflitti nello scacchiere mediorientale, poi, ha fatto impennare i costi del petrolio e l’Italia, priva di una strategia energetica, si è ritrovata in ritardo rispetto agli altri paesi che hanno invece impiegato i fondi (somme peraltro inferiori rispetto a quanto percepito dall’Italia) per incentivare l’uso delle energie alternative. L’Italia è rimasta così dipendente dall’estero per i bisogni energetici, ma il costo dell’energia grava su tutte le fasi del processo produttivo, dall’approvvigionamento alla distribuzione, così anche pochi centesimi di aumento finiscono per moltiplicarsi all’infinito prima che i beni giungano nelle mani del consumatore finale. Il livello dei prezzi, sempre più insostenibile, rischia a sua volta di innescare una fase depressiva i cui segnali sono già evidenti. Sono circa una quarantina i tavoli di crisi industriale aperti, ma un aumento della disoccupazione indebolirebbe ulteriormente i consumi interni.
A conti fatti, l’azione di governo ha solo accresciuto le disuguaglianze sociali e geografiche, valga per tutti l’esempio dell’istruzione pubblica. Con legge finanziaria, il governo ha avviato un piano di dimensionamento motivato, per lo più dal crollo delle nascite. Sono state chiuse centinaia di scuole in tutta Italia, con un impatto nel Mezzogiorno circa triplo rispetto al Settentrione. Nel Sud in un triennio sono state chiuse 325 scuole, mentre nel Nord Est e Ovest solo 137. Percentualmente, al Sud sono state chiuse il 14,1% delle scuole, favorendo peraltro lo spopolamento delle aree interne e montane e delle piccole isole, mentre nel Nord le scuole chiuse sono appena il 4,3% del totale. Considerato che in media l’Italia, tra i paesi OCSE, è in coda alla classifica per spesa destinata all’istruzione, è evidente che se nel Settentrione la spesa si allinea a quella degli paesi avanzati, nel Sud precipita ai livelli di un paese in via di sviluppo.
Un processo analogo ha riguardato anche la sanità, dove si è agito anche sull’approvvigionamento di medicinali, determinando un aumento diffuso dei prezzi.
E’ preoccupante che i contenuti della campagna elettorale che va delineandosi siano lontani dalla vita del Paese e dei suoi abitanti e non affrontino nessuna delle problematiche citate. D’altronde, il compito è arduo e risalire la china non sarà semplice. Così, è probabile che ancora una volta si promuova una campagna di “distrazione di massa”, esibendo foto di donne pugliesi in processione e gridando al pericolo Islam! Nello stordimento televisivo generale, qualcuno che ci casca si trova sempre.