Jack Khoury e Amira Hass sono i giornalisti israeliani che meglio conoscono dal di dentro la realtà palestinese. Ne scrivono da anni per Haaretz, e lo fanno da grandi giornalisti quali sono: partecipi ma mia schierati, documentati come meglio non si può. Con analisi e reportage dal campo, Khoury e Hass hanno denunciato i crimini commessi da Israele a Gaza e in Cisgiordania, ma al tempo stesso hanno raccontato lo scollamento tra il popolo palestinese e le fazioni politiche al potere.
Nessun governo, nessuna ricostruzione e nessuna speranza all’orizzonte: la Striscia di Gaza, a un anno dal cessate il fuoco
È il titolo del report di Khoury.
“A un anno dall’annuncio del cessate il fuoco – scrive Khoury – la maggior parte degli abitanti della Striscia di Gaza è ancora lontana dalle proprie case. Gli ospedali sono operativi solo in parte e la ricostruzione avviene principalmente sulla carta. Hamas rimane la forza più potente sul campo, in un’area delimitata dalla Linea Gialla, e non si intravede all’orizzonte alcun governo alternativo.
Sul piano della diplomazia internazionale, sebbene il mondo stia dimostrando maggiore solidarietà nei confronti dei palestinesi, tale solidarietà non si traduce in cambiamenti concreti che incidano sulla vita quotidiana della popolazione nell’enclave.
A tre anni dall’attacco del 7 ottobre, Israele è già impegnato in altre questioni. Da quando sono stati restituiti gli ostaggi vivi, seguiti lo scorso anno dai corpi degli ostaggi deceduti, Gaza è stata relegata ai margini del dibattito pubblico in Israele. Ma nella stessa Striscia di Gaza, la tregua nelle ostilità non ha segnato l’inizio della ripresa.
Le uccisioni continuano con cadenza quasi quotidiana, anche se Israele le descrive come omicidi mirati contro obiettivi legittimi. Restano in vigore le restrizioni all’introduzione di aiuti e attrezzature, e i piani di ricostruzione sono ben lontani dall’essere tradotti in sistemi operativi.
L’estate è finita, ma le tende degli sfollati non si sono mosse. Alcune di esse, già a brandelli per il caldo e sbiadite dal sole, attendono ora le prove dell’inverno: pioggia, fango e freddo, in una zona da cui è quasi impossibile allontanarsi. Per centinaia di migliaia di famiglie, le tende hanno smesso di essere una soluzione temporanea in attesa che le loro case vengano ricostruite. Sono diventate la loro casa. Samir Zakut, un attivista sociale di lunga data a Gaza, riferisce a Haaretz che molte delle tende sono adatte a soggiorni brevi, non a lunghi periodi, e che sono state logorate dall’uso prolungato. In vista dell’inverno, aggiunge, c’è carenza di teloni e coperture protettive contro la pioggia. Anche i numeri possono dimostrare la portata della distruzione: secondo l’Ufficio centrale di statistica palestinese, dall’inizio della guerra sono stati danneggiati 200.000 edifici, pari all’82 per cento del numero totale di edifici nella Striscia di Gaza. Oltre 134.000 sono stati completamente distrutti e 329.000 unità abitative sono state danneggiate. La maggior parte degli abitanti di Gaza, 2,1 milioni di persone, vive lontano dalle proprie case, in un’area che si è ridotta a meno del 40 per cento della superficie totale dell’enclave.
«Per quanto abbiamo cercato di fare ipotesi, le nostre previsioni si sono rivelate errate; dopo il rilascio degli ostaggi, speravamo che la situazione migliorasse, ma non è successo nulla», racconta a Haaretz Maysam, madre di due bambine. «È difficile convivere con l’incertezza, senza prospettive né soluzioni, come se fossimo stati abbandonati a cercare la nostra sopravvivenza personale». Zakut, l’attivista, afferma che le restrizioni all’ingresso degli aiuti e la carenza di pezzi di ricambio e oli per i motori compromettono il sistema sanitario, le infrastrutture idriche e altri servizi vitali.
La crisi non riguarda solo il garantire un tetto sopra la testa alla popolazione. Circa il 90 per cento delle reti idriche e fognarie di Gaza è stato danneggiato o distrutto; l’82 per cento della popolazione soffre di carenza idrica; e secondo i dati ottenuti da Haaretz, il 70 per cento delle famiglie riceve solo sei litri d’acqua (1,6 galloni) al giorno a persona. Si tratta di una quantità inferiore al minimo necessario per la sopravvivenza in condizioni di emergenza secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha stabilito un minimo di 15 litri. Neanche i servizi sanitari hanno iniziato a riprendersi. Secondo un nuovo rapporto pubblicato mercoledì da Physicians for Human Rights Israel, a un anno dalla dichiarazione del cessate il fuoco, non c’è un solo ospedale a Gaza pienamente funzionante. Nel luglio 2026, in tutta la Striscia di Gaza c’erano solo 104 posti letto nelle unità di terapia intensiva, uno in più rispetto all’ottobre 2025. Il 69 per cento delle forniture mediche la cui importazione era stata approvata tra gennaio e maggio di quest’anno non è arrivato, secondo quanto riferito dal Coordinatore israeliano delle attività governative nei territori, come riportato nel rapporto.
Dietro queste cifre ci sono pazienti in attesa di cure che non possono essere somministrate a Gaza, o in attesa di essere evacuati in un luogo dove possano ricevere le cure necessarie. Secondo il ministero della Salute di Gaza, dall’inizio della guerra almeno 1.570 pazienti sono morti mentre erano in attesa di evacuazione, tra cui 505 malati di cancro e almeno 264 bambini. Il numero di evacuazioni mediche dall’inizio del cessate il fuoco è ancora molto inferiore rispetto a quello registrato prima della guerra, nonostante sia cresciuta la necessità di cure al di fuori di Gaza.
Sul fronte politico, il cessate il fuoco non ha portato ad accordi sull’ente che gestirà Gaza. Hamas rimane la forza più potente sul campo, mentre il comitato che dovrebbe sostituirlo nell’ambito del piano del presidente degli Stati Uniti Donald Trump non è riuscito a entrare a Gaza. Ciò ha portato a un vuoto di potere: gli abitanti si aspettano un cambiamento, ma non hanno alcun funzionario a cui rivolgersi per quanto riguarda una ricostruzione su larga scala.
Zakut ripone le sue speranze in elezioni palestinesi. Non perché garantiranno una soluzione, ma perché potrebbero restituire ai palestinesi il diritto di scegliere i propri rappresentanti. Le elezioni potrebbero rappresentare un’opportunità per i palestinesi di dimostrare di poter determinare il proprio futuro, anziché accettare una leadership scelta per loro dall’esterno.
Nel frattempo, anche le imminenti elezioni in Israele sono nei pensieri degli abitanti di Gaza. La popolazione spera che, dopo le elezioni, indipendentemente dai risultati, aumenti la pressione internazionale su Israele, soprattutto da parte degli Stati Uniti, per sollecitare un miglioramento delle condizioni. Ma nemmeno un nuovo governo israeliano garantirà alcun cambiamento, afferma Zakut. Un alto funzionario di Hamas a Gaza sottolinea un divario analogo sul fronte internazionale. Negli ultimi tre anni, il sostegno globale ai palestinesi è cresciuto, dichiara a Haaretz. Un numero maggiore di Stati ha riconosciuto lo Stato palestinese e Israele è diventato più isolato in alcuni ambiti, ma la vita a Gaza rimane catastrofica, e le uccisioni e la distruzione non sono cessate. Il funzionario non esonera dalla responsabilità né la propria organizzazione né le altre fazioni rimaste.
«Purtroppo, a tre anni dall’inizio della guerra, la divisione tra i palestinesi è più viva che mai», afferma. «Da una parte c’è Hamas, dall’altra Fatah e l’Autorità Palestinese, e non si intravedono all’orizzonte risposte su come e quando tutto questo finirà».
A un anno dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, e dopo tre anni di guerra che hanno causato decine di migliaia di morti e centinaia di migliaia di feriti, la ricostruzione della Striscia di Gaza non è ancora in vista. Per i residenti, il prossimo capitolo deve ancora iniziare. Il tempo si è fermato nelle tende, nelle file per l’acqua e nell’attesa delle medicine”, conclude Khoury.
E chi non ha vergogna di chiamarla “pace”.
Le cose non vanno meglio in Cisgiordania. Realtà che Hamira Hass conosce in ogni sua piega. Ne scrive sul giornale progressista di Tel Aviv, con la consueta onestà intellettuale e profondità analitica.
I coloni perpetrano i pogrom. L’opinione pubblica israeliana li avalla
Così Hass declina il titolo del suo report: “Giorno dopo giorno compaiono titoli del tipo ‘Soldati e coloni israeliani bloccano la raccolta delle olive palestinesi nell’Area B della Cisgiordania’ (un esempio, tratto da un articolo di Matan Golan pubblicato sabato pomeriggio). Un intero popolo è responsabile di questa routine, non solo una manciata di persone. Che mi perdonino gli attivisti che usano i propri corpi per cercare di tappare il buco sempre più ampio nella diga che sta crollando. A parte loro, non ci sono civili estranei alla questione tra gli ebrei di Israele.
Se gli eletti da Dio, che hanno votato per i ministri di estrema destra Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, non stanno rubando olive, stanno rubando uva e orzo, insieme a interi vigneti e campi. E se non hanno rubato quelli, hanno derubato un povero uomo di un altro gregge, con piena protezione militare. Se non hanno sparato, hanno picchiato qualcuno con un bastone. E se non con un bastone, allora con una sbarra di ferro. Gli autori delle violenze si compiacciono apertamente dei propri crimini, sotto gli occhi di tutti e davanti alle telecamere, mentre la maggioranza risponde con tacito consenso, indifferenza o inazione.
Nel 2008 è stata aggiunta una nuova disposizione al Codice Penale israeliano, che consente a una persona di sparare e uccidere per proteggere la propria proprietà: una casa, un’attività commerciale o un’azienda agricola, compresi i pascoli. La disposizione è popolarmente nota come «legge Dromi», dal nome di Shai Dromi, un agricoltore del Negev che ha ucciso a colpi di arma da fuoco un beduino entrato nella sua proprietà. Israel Katz, attuale ministro della Difesa, ha guidato questa modifica alla legislazione israeliana. Un tribunale ha assolto Dromi dall’accusa di omicidio colposo, riconoscendo il suo diritto a difendere la propria proprietà e accettando l’argomentazione secondo cui le intrusioni erano state ricorrenti.
Nel 2025, in Cisgiordania si sono verificati almeno 1.836 casi simili a quello di «Shai Dromi». Secondo un rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, questo è il numero di attacchi compiuti dagli ebrei contro i palestinesi in quella zona quell’anno, che hanno provocato vittime, danni alla proprietà o entrambi.
Da gennaio al 21 settembre 2026, i coloni israeliani hanno compiuto più di 1.700 attacchi contro i palestinesi “Shai Dromi” che hanno provocato vittime, danni alla proprietà o entrambi. Ma quando Dromi è palestinese, le prassi militari gli vietano di difendersi. Anzi, è proprio il contrario. Guai a chiunque tenti di difendere la vita e i beni della propria famiglia e dei propri vicini, come Farouk Ramadan del villaggio di Tell. È stato ucciso da un ebreo armato, dichiarato «terrorista» e punito nuovamente dopo la sua morte: la sua casa è stata demolita. Altri abitanti del villaggio sono stati arrestati.
Dal 2006, le Nazioni Unite hanno documentato gli attacchi ricorrenti che ebrei rigorosamente osservanti compiono contro i palestinesi, compresi i beduini. In quel primo anno furono registrati 117 attacchi. Per 10 anni il numero ha subito oscillazioni. Gli aggressori raggiunsero un picco temporaneo nel 2011: 423 attacchi. Ricordo vividamente l’angoscia e il senso di emergenza durante la conferenza stampa in cui fu presentata quella cifra. Allora, come oggi, il conteggio includeva solo gli attacchi che causavano vittime, danni materiali o entrambi, escludendo quelli che si limitavano a incursioni intimidatorie e minacce. Dal 2016, quando furono registrati “solo” 95 attacchi, la frequenza di questi episodi non ha fatto che aumentare.
Immaginate 1.500 attacchi all’anno contro gli ebrei a New York. Immaginate 300 attacchi di questo tipo a Berlino. Tutti filmati, tutti documentati. Che clamore, che tumulto provocherebbero! Con quanta energia agirebbe ogni ente responsabile. Ma qui, gli attacchi e i crimini esprimono la volontà dello “Stato profondo” che promuove la costruzione degli insediamenti. Ne portano fedelmente avanti l’eredità. Ripudiarli veramente richiederebbe di riesaminare tutta la nostra storia.
Non sono i media israeliani i responsabili dell’occultamento di crimini commessi alla luce del sole, ma l’opinione pubblica ebraica di Israele, che rifiuta di vedere turbata la propria tranquillità. Fatta eccezione per una manciata di attivisti. Non sono i redattori ad aver deciso che gli abusi sistematici che gli ebrei infliggono ai palestinesi non raggiungono la soglia di rilevanza giornalistica, ma l’algoritmo degli indici di ascolto che obbedisce alla voce delle masse. Non sono solo i proprietari dei canali televisivi a stabilire le priorità, ma gli spettatori che fanno zapping tra un canale e l’altro. I media non stanno tradendo il proprio ruolo. Stanno semplicemente assecondando la volontà del popolo. E la volontà del popolo e degli spettatori è quella di crogiolarsi nel proprio perpetuo vittimismo e librarsi sulle ali dell’eroismo dei propri piloti. E trasferirsi in ville affacciate su un paesaggio biblico.
Questa routine cresce in modo esponenziale, spingendo ogni giorno più in alto i limiti di ciò a cui possiamo abituarci. Il sadismo è iperattivo, danza e sfreccia a tutte le ore del giorno e della notte. Sono le nostre tasse a finanziarlo, insieme ai giudici, agli agenti di polizia, ai generali, ai pubblici ministeri e ai soldati che lo hanno reso possibile e continuano a farlo. Tutti sono coinvolti. Tranne una manciata di persone.
Vi chiederete: sono coinvolti anche i pensionati, i deboli e coloro che necessitano di assistenza infermieristica? Sì, perché prima di arrivare a quella fase avrebbero potuto fermare il sadismo e non l’hanno fatto. Un giudizio crudele? Andate dai malati e dai feriti a Gaza che stanno morendo lentamente per mancanza di medicine e della possibilità di recarsi all’estero per curarsi, e imparate da loro cos’è la crudeltà.
Insisterete, giustamente, su questo punto: è coinvolto anche un neonato, quando i suoi genitori – i cui sorrisi si estendono dal bordo della kippah del padre fino all’estremità del copricapo alla moda della madre – si sono stabiliti in una fattoria nel mezzo di un terreno da cui i loro amici hanno espulso una comunità beduina? Una domanda difficile. Troverete la risposta tra i neonati di Gaza che i nostri piloti hanno ucciso”.
Così Amira Hass. Lei sì una “grande di Israele”. L’Israele che resiste alla deriva fascista e deumanizzante che va oltre i confini della destra criminale oggi al governo.
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