Brianza: il Far West del denaro nel film di Simone Catania
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Brianza: il Far West del denaro nel film di Simone Catania

Alla Festa del Cinema di Roma una commedia nera ispirata a un fatto di cronaca. Fausto Russo Alesi e Paolo Pierobon travolti dalla crisi economica, in una provincia dove il successo misura il valore delle persone. «Il capitalismo ha vinto molti anni fa», dice il regista

Brianza: il Far West del denaro nel film di Simone Catania
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Alessia de Antoniis Modifica articolo

16 Ottobre 2026 - 10.32


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In Brianza il fallimento economico non è soltanto una questione di soldi. È una vergogna da nascondere, soprattutto quando per tutta la vita si è costruita la propria identità intorno al successo. E se ammettere di aver perso tutto diventasse più insopportabile della perdita stessa?

È da questa contraddizione che nasce Brianza, il film di Simone Catania presentato in concorso nella sezione Progressive Cinema della ventunesima Festa del Cinema di Roma. Una commedia nera con Fausto Russo Alesi, Paolo Pierobon e Marina Rocco, ispirata a un fatto di cronaca realmente accaduto nei luoghi in cui il regista è nato e cresciuto.

La storia si svolge nel 2009, mentre le conseguenze della crisi finanziaria del 2008 cominciano a colpire anche chi si credeva al riparo. Giorgio Farina (Fausto Russo Alesi), erede di una prestigiosa armeria brianzola, ha investito una fortuna nell’apertura di una boutique di lusso in Svizzera. L’affare si rivela disastroso, i debiti aumentano e l’uomo, terrorizzato dall’idea di perdere la propria rispettabilità, incontra Alberto Fumagalli (Paolo Pierobon), un imprenditore disinvolto che gli propone un piano di appropriazione indebita. Quella che appare come una possibile soluzione si trasforma in una spirale sempre più pericolosa.

«Era da tempo che cercavamo una storia da ambientare in Brianza», racconta Catania durante la conferenza stampa. «Sono nato e cresciuto lì, poi sono andato via molto giovane e ho vissuto in mille città, ma avevo comunque il desiderio di raccontare quel luogo».

A convincerlo è stata una vicenda di cronaca nera, ma non per il delitto in sé. «Mi aveva attirato perché potevo raccontare qualcosa che avesse a che fare con le conseguenze di una crisi economica».

«Il capitalismo ha vinto molti anni fa», osserva il regista. «Viviamo in una società capitalista che è comandata principalmente dal denaro». E per essere accettati da una comunità, sostiene, bisogna inevitabilmente confrontarsi con quel sistema di valori.

«Io posso essere Farina, io posso essere Fumagalli», aggiunge. È questo il punto di partenza del film: capire «che cosa può portare un uomo onesto, un padre di famiglia, a compiere un gesto efferato come questo».

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Non cercare giustificazioni, dunque, ma ricostruire il percorso attraverso il quale la paura del fallimento può trasformarsi in qualcosa di irreparabile.

Una Brianza da Far West

La scelta della Brianza non risponde soltanto a un legame autobiografico. Catania riconosce nel territorio una particolare forma di individualismo, un rapporto con il denaro che gli ricorda la conquista del West americano. «Qui in Brianza, soprattutto dove sono nato e cresciuto, questo sentimento è molto forte. La voglia di farsi delle regole da sé», spiega.

Il riferimento è a una società nella quale il successo economico diventa la condizione per ottenere riconoscimento e dignità. «L’oro è la cosa più importante per poter riuscire a entrare in società, farsi considerare, avere una dignità».

«Sono innamorato del reale, delle storie vere – racconta Catania – e qui la realtà superava l’immaginazione». Per questo non sentiva la necessità di aggiungere elementi spettacolari, ma di «andare a esplorare e capirne le motivazioni».

L’obiettivo, però, non era realizzare un film di denuncia tradizionale. «Volevo raccontare che cosa poteva portare un uomo onesto, padre di famiglia, a compiere un gesto efferato». E farlo «non in modo accusatorio, giudicante», ma attraverso l’ironia.

Una scelta tutt’altro che scontata per una vicenda italiana di cronaca nera. «Siamo abituati a vedere film del genere in altri mondi. Farlo in Italia, in italiano, comportava una sfida».

Fausto Russo Alesi: «Come mi comporterei io con l’acqua alla gola?»

Per Fausto Russo Alesi, che interpreta Giorgio Farina, la sceneggiatura rappresentava già «un contenitore molto stimolante per la ricchezza di tematiche che porta».

«Brianza è per noi un luogo metaforico, è anche un’attitudine dell’essere umano», osserva l’attore. Il suo personaggio è un uomo che si ritrova improvvisamente in una situazione più grande di lui, schiacciato da aspettative sociali, difficoltà economiche e rapporti familiari irrisolti.

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«È un viaggio doloroso quello che fa Giorgio Farina e mi sono chiesto: come mi comporterei io con l’acqua alla gola?».

La relazione con Alberto Fumagalli diventa il centro del racconto. Non soltanto perché dall’incontro nasce il piano criminale, ma perché i due rappresentano modi diversi di reagire alla sconfitta. «Sono due personaggi molto diversi che si confrontano con il fallimento in maniera diversa. Il mio è più passivo, lo subisce di più, ma hanno bisogno l’uno dell’altro».

Il lavoro con Pierobon, con il quale Russo Alesi condivide una lunga frequentazione professionale e personale, ha permesso di esplorare questa relazione attraverso la fiducia reciproca e l’improvvisazione. L’attore descrive un’esperienza condotta «sempre sul filo del precipizio», grazie anche alla disponibilità del regista a lasciare spazio agli interpreti.

Paolo Pierobon: «Non ha niente di eroico, è un evasore fiscale»

Paolo Pierobon ha trovato il suo Alberto Fumagalli in un mondo che conosce bene: quello dell’hinterland milanese tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta, popolato da imprenditori disinvolti, affaristi e personaggi capaci di nascondere attività illecite dietro una socievolezza travolgente. «Io ne ho incontrati un sacco quando ero ragazzino», racconta. «C’era una tipologia maschile molto diffusa nell’hinterland milanese».

Ricorda un universo nel quale, per esempio, sotto un negozio di barbiere poteva nascondersi una bisca clandestina. Un mondo fatto di «un’affabilità, un’estroversione, una vitalità» dietro le quali si muovevano traffici «totalmente fuori legge». Fumagalli «non ha niente di eroico, di donchisciottesco, perché è un evasore fiscale, è anche uno strozzino».

Pierobon allarga il ragionamento a una precisa rappresentazione della mascolinità, quella dell’uomo che conquista, ostenta, aggira gli ostacoli e considera le regole qualcosa che riguarda soprattutto gli altri. Un modello che l’attore collega all’edonismo degli anni Ottanta: «Una volta si chiamava edonismo reaganiano, poi è diventato qualcos’altro».

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La solitudine di chi non può permettersi di fallire

Se il denaro è il motore della vicenda, la solitudine ne rappresenta forse la conseguenza più dolorosa. La solitudine di due uomini che pensavano di avercela fatta. È la condizione di chi non riesce più a sostenere l’immagine costruita negli anni, ma non trova nemmeno il coraggio di confessare la propria sconfitta.

La provincia diventa allora il luogo in cui queste contraddizioni emergono con maggiore evidenza. Non perché siano esclusivamente provinciali, ma perché la distanza dalle grandi città permette di osservare con particolare precisione le dinamiche delle comunità, il controllo sociale, le ambizioni e il bisogno di affermazione.

Una provincia che le produttrici considerano anche cinematograficamente preziosa: capace di offrire territori poco raccontati e personaggi fortemente radicati nella realtà, senza perdere una dimensione universale.

«La crisi del 2008 non è finita»

Sono trascorsi quasi vent’anni dalla grande recessione, ma per Simone Catania la storia conserva tutta la propria attualità. «Il 2008 è l’inizio della crisi. È stato il momento in cui ci siamo svegliati e ci siamo resi conto che effettivamente il sistema capitalista non funziona», sostiene il regista.

A suo giudizio, quella crisi ha inaugurato una condizione permanente di precarietà, aggravata dalle successive emergenze economiche e dalla pandemia. «Questa crisi persiste», dice. «Ci siamo un po’ abituati a quella crisi, questo è il nuovo mondo». Per questo ritiene che una vicenda come quella raccontata nel film potrebbe verificarsi ancora. «Quello che abbiamo visto nel film in realtà è estremamente attuale. Può accadere oggi, come domani, come tra quindici anni, se non si risolve il problema che sta a monte».

Brianza è scritto da Simone Catania, Ugo Chiti e Fabio Natale, con musiche originali di Victor Hugo Fumagalli. È prodotto da Indyca, con Beauvoir Films e Rough Cat, in collaborazione con Rai Cinema.

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